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Zelinda. (Guardando se è osservata) Ditemi, ove avete messo il baule ?

Lindoro. Il baule ? (ratlrhtandosi)

Zelinda. Sì, se resto qui ne avrò di bisogno.

Lindoro. Ah Zelinda mia ! (guardando se è osservalo)

Zelinda. Cosa è stato ? (guardando anch’essa)

Lindoro. Il baule... (con afflizione)

Zelinda. Oimè ! cosa è divenuto ?

Lindoro. Il padrone...

Zelinda. Qual padrone ? (affannata)

Lindoro. Il signor don Roberto...

Zelinda. Ebbene.

Lindoro. L’ ha veduto per via, l’ ha riconosciuto, ed ha obbli- gato il facchino...

Zelinda. A che fare ? (affannata)

Lindoro. A riportarlo da lui.

Zelinda. Ah meschina di me ! la mia roba. Tutto quello che ho al mondo, che mi ho guadagnato con tanti stenti. Perchè ? Con qual’ autorità ? (agitata)

Lindoro. Non vi affliggete, mia cara.

Zelinda. Come ? che non mi affligga ? Volete voi che io perda la roba mia ? o che vada a ridomandarla per avere de’ dispia- ceri ? Oh questa cosa non me la sarei aspettata.

Lindoro. Maledetto don Flaminio, è stato egli la causa.

Zelinda. No, la vostra poca attenzione.

Lindoro. Ma perchè mi mortificate ?

Zelinda. Sono io la mortificata. Sono io che ne risento il danno, il dispiacere, il dispetto. (piange di rabbia)

Lindoro. La rabbia mi divora, maladetto il destino. (si agita e batte i piedi)

Barbara. (Lì sorprende in quest’atto, e si ferma un poco.)

Zelinda. (Che farò ora senz’aver da mutarmi ?) (da sè, piangendo)

Lindoro. (Tutte le disgrazie si affollano per tormentarmi !) (batte i piedi, come sopra)

Barbara. Come ! Che stravaganza è questa ? (li due restano mor-)