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46 ATTO SECONDO

Zelinda. Così, così, non tanta. Ricordatevi di quel che abbiamo passato.

Facchino. Sono stanco. Lo getto qui, e me ne vado.

Lindoro. Addio. (a Zelinda)

Zelinda. Addio, addio, a rivederci. (parte)

SCENA V.

Lindoro, il Facchino, poi don Flaminio.

Lindoro. Andiamo, andiamo. (al facchino)

Facchino. Abbiamo d’andar troppo lontano?

Lindoro. No, trenta o quaranta passi, e non più.

Facchino. Le mie spalle se ne risentono. (vanno per partire)

Flaminio. (Ah sì senz’altro; quello è il baule che appartiene a Zelinda). (da sè) Fermatevi, galantuomo. (al facchino)

Facchino. Un’altra fermativa?

Lindoro. Che cosa pretendete, signore? (a don Flaminio)

Flaminio. Dove fate voi trasportare quel baule? (a Lindoro)

Lindoro. Qual ragione avete voi di saperlo e di domandarlo?

Flaminio. Temerario! così mi rispondete?

Lindoro. Signore, io non vi perdo il rispetto, ma non sono più al vostro servigio, e non avete alcuna autorità sopra la mia persona.

Facchino. Finiamola, ch’io non posso più.

Lindoro. Seguitatemi. (al facchino, incamminandosi)

Flaminio. Fermatevi. (lo ferma con violenza)

Facchino. Eh il diavolo vi porti. (lascia cadere il baule in terra, e vi siede sopra)

Flaminio. Dov’è Zelinda? (a Lindoro)

Lindoro. Io non lo so, signore. (con sdegno)

Flaminio. Come! Avete voi in consegna il di lei baule, e non sapete ov’ella sia?

Lindoro. Non lo so, vi dico, e quando lo sapessi, non lo direi.

Flaminio. Vi farò parlare per forza. (minacciandolo)

Lindoro. Spero che vi guarderete di usarmi qualche violenza. (con spirito)