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CHI LA FA L'ASPETTA 427


Lucietta. Oh con quel scempio no, vede.

Lissandro. Piuttosto con mi, n’è vero?

Lucietta. Oh gnanca. Gh’avè troppe cabale.

Lissandro. No cognossè el bon, sorella. Via, la me daga la man. La permetta che gh’abbia l’onor de servirla.

Lucietta. Dove me voleu menar?

Lissandro. A tola.

Lucietta. A tola? mi no, varè.

Lissandro. No? per cossa?

Lucietta. Figureve se mi vôi disnar sentada a tola coi mi paroni.

Lissandro. Co lori ve lo permette.

Lucietta. Oh mi no, vede, me vergogno.

Lissandro. Dove voressi andar? In cusina?

Lucietta. Feme parecchiar piuttosto qua su d’un taolin.

Lissandro. Eh andemo. Vegnì con mi. (la prende a forza per la mano)

Lucietta. Sior no, ve digo. (fa forza per restare)

Lissandro. Sangue de diana che vegnirè. (la prende in braccio, e la porta)

Lucietta. Oe, oe, siestu malignazo1 (partono)

SCENA VII.

Tinello con tavola apparecchiata, e le pietanze in tavola colle sedie che occorrono. In fondo una credenza grande da tinello, con portelle che si aprono.

Cecilia, Cattina, Raimondo, Bortolo, Zanetto,
poi Lissandro e Lucietta; Servitori d’osteria ed il Garzone
di Lissandro che servono
.

Cecilia. Son qua, son qua, farò mi i onori della casa. Qua, sior Raimondo, in cao de tola.a

Raimondo. An so cossa dir. Ai son. (siede in principio, dalla parte della prima donna.)

Cecilia. E mi arente de elo2; e arente de mi mio mario. (ridendo)

Bortolo. (Prende il posto.)

  1. In capo di tavola, al posto d’onore.
  1. V. pag. 383, n. 4.
  2. E io vicino a lei.