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GLI AMORI DI ZELINDA E LINDORO 35

Eleonora. Sì sì, me ne incarico io, ma vi avvertisco, che se il signor mio consorte viene intorno di voi, e che voi abbiate l’ardire di riceverlo e di trattarlo, vi farò uscire di questo paese con poco vostro decoro.

Zelinda. Oh cieli! e volete ancora mortificarmi sì ingiustamente? Non siete ancor persuasa della mia innocenza?

Eleonora. No, perchè ho dei testimoni in contrario.

Fabrizio. (Signora mia...) (piano ad Eleonora, perchè non parli)

Zelinda. E chi è, signora, che ardisce d’imposturare?... Quali sono li testimoni?

Eleonora. Eccoli lì. Don Flaminio e Fabrizio.

Fabrizio. (Diavolo!) (da sè)

Flaminio. (Me l’aspettava). (da sè)

Zelinda. Come! hanno avuto coraggio quei due di parlare contro di me, in tempo ch’io ho avuto la discrezione di non parlare di loro? Sono falsi, sono mendaci. Rispetto il signor don Flaminio come figliuolo del mio padrone, ma l’onor mio vuole che mi difenda. Se avessi badato a lui, meriterei, signora, la vostra collera ed il vostro disprezzo. Egli non ha mancato di tormentarmi con dichiarazioni amorose, con studiate lusinghe, e con promesse di matrimonio; e quell’indegno di Fabrizio che fa l’amico del suo padrone, mi ama egualmente, mi perseguita, ed è il suo rivale. Ecco, signora mia, chi dovete rimproverare, non un padrone pietoso, non un marito saggio e prudente, non una povera sfortunata. Parto di qui volentieri per non soffrire inquietudini, per togliermi alla vista degl’impostori, per salvare il mio decoro, la mia insidiata riputazione. (parie)

SCENA XVIII.
Donna Eleonora, don Flaminio e Fabrizio.

Eleonora. Bravi, bravissimi, l’uno e l’altro. (a Flaminio e a Fabrizio)

Fabrizio. In quanto a me, vi protesto.... (ad Eleonora)