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Eleonora. Sì sì, me ne incarico io, ma vi avvertisco, che se il signor mio consorte viene intorno di voi, e che voi abbiate r ardire di riceverlo e di trattarlo, vi farò uscire di questo paese con poco vostro decoro.

Zelinda. Oh cieli ! e volete ancora mortificarmi sì ingiustamente? Non siete ancor persuasa della mia innocenza ?

Eleonora. No, perchè ho dei testimoni in contrario.

Fabrizio. (Signora mia...) (piano ad Eleonora, perchè non parli)

Zelinda. E chi è, signora, che ardisce d’ imposturare ? . . . Quali sono li testimoni ?

Eleonora. Eccoli lì. Don Flaminio e Fabrizio.

Fabrizio. (Diavolo !) (Ja sè)

Flaminio. (Me l’ aspettava). (da sè)

Zelinda. Come ! hanno avuto coraggio quei due di parlare contro di me, in tempo ch’ io ho avuto la discrezione di non parlare di loro ? Sono falsi, sono mendaci. Rispetto il signor don Fla- minio come figliuolo del mio padrone, ma l’ onor mio vuole che mi difenda. Se avessi badato a lui, meriterei, signora, la vostra collera ed il vostro disprezzo. Egli non ha mancato di tormentarmi con dichiarazioni amorose, con studiate lusinghe, e con promesse di matrimonio ; e quell’ indegno di Fabrizio che fa r amico del suo padrone, mi ama egualmente, mi per- seguita, ed è il suo rivale. Ecco, signora mia, chi dovete rim- proverare, non un padrone pietoso, non un marito saggio e prudente, non una povera sfortunata. Parto di qui volentieri per non soffrire inquietudini, per togliermi alla vista degl’im- postori, per salvare il mio decoro, la mia insidiata riputazione. (parie)

SCENA XVIII.

Donna Eleonora, don Flaminio e Fabrizio.

Eleonora. Bravi, bravissimi, r uno e l’ altro. (a Flaminio e a Fabrizio)

Fabrizio. In quanto a me, vi protesto.... (ad Eleonora)