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Gottardo. (Cospetto di bacco ! io non posso capire il fondo di) questa istoria). (da sè)

Placida. Ecco, se ho ragione di lamentarmi di voi. Ecco il bel trattamento che voi mi fate, dopo quattro giorni di matrimonio. Ridete, se vi dà l’animo di ridere.

Gottardo. (Sì, non può esser altro assolutamente). (da sè)

Placida. Risparmia un paolo, per non dar a me una picciola soddisfazione, e poi getta i danari, e fa pranzi in casa, e di nascosto della povera moglie.

Gottardo. Eh corpo del diavolo ! con tutte le vostre belle pa- role, con tutte le vostre affettate esagerazioni, voi non me la darete ad intendere. Altri che voi non può avermi fatto questa soperchieria.

Placida. Io ?

Gottardo. Sì, voi ; per castigarmi della mia supposta avarizia, per vendicarvi del pasto, che non ho voluto far per le nozze.

Placida. Io?

Gottardo. Sì, altri che voi non poteva entrare in casa ; la ser- ratura è forte, ha degli ordigni, che senza la propria chiave non si può aprir da nessuno ; voi che avete la chiave, voi siete entrata, voi mi avete fatto Y impertinenza.

Placida. Povero Bemardone! io ho la chiave? Vedete come le bugie hanno corte le gambe ! Non vi ricordate più, che mi avete obbligato questa mattina a lasciar la chiave ?

Gottardo. Ah sì, è vero. Son fuor di me. Scusatemi, non me ne ricordava.

Placida. Voi avrete data la mia chiave a qualcheduno. Sa il cielo cosa ne avete fatto.

Gottardo. Io non l’ ho data a nessuno. Eccole qui tutte due. (tira fuori le due chiavi e le osserva) Come ! questa non è mia chiave. Questa non apre la nostra porta. Ah ah, ora capisco l’inganno, la baronata. Voi che mi avete gettata la chiave per dispetto, voi mi avete gabbato, mi avete dato una chiave per un’altra. Vi siete ben divertita, ed ora vi burlate di me.

Placida. Uomo perfido ! uomo maligno ! avete ancora tanto co-