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332 ATTO SECONDO

SCENA VII.
L’Oste ed il suddetto.

Oste. Servitor umilissimo.

Agapito. Riverito. Siete voi l’oste della Fortuna?

Oste. Per obbedirla. Sono qui a ricevere i suoi comandi.

Agapito. Si vorrebbe un pranzo per sei o sette persone.

Oste. Anche per sedici, s’ella comanda. Favorisca, è ella il signor Gottardo?

Agapito. Non sono io Gottardo, ma sono il di lui fratello.

Oste. Servitor umilissimo: me ne consolo infinitamente.

Agapito. Lo conoscete voi Gottardo mio fratello?

Oste. Non ho l’onor di conoscerlo di persona. Siamo vicini, ma non ho mai avuto l’onor di vederlo. So che è un signore di garbo, che si è maritato che è poco; so che dimora in questa casa, e mi consolo di aver l’onore di servirlo.

Agapito. Ed io ho l’onor di dirvi la di lui volontà.

Oste. Ed io mi darò l’onor di eseguirla.

Agapito. Come vi diceva, si vorrebbe1 oggi un pranzo per cinque persone. Vi darà l’animo di far presto e bene?

Oste. Subito, in un momento, e spero che saranno contenti di me. Ma la supplico, come vuol restar servita? Quanti piatti? Di che sorte? Di che qualità?

Agapito. Vi dirò, per non confondervi la fantasia, vi lasceremo in libertà di far quel che volete. Voi porterete tutto. Pane, vino, frutti, biancheria, tondi, posate... Averete le vostre posate d’argento?

Oste. Oh sì signore, per sessanta persone, se occorre.

Agapito. Oh si sa, alla Fortuna non manca niente.

Oste. Scusi. Alla Fortuna, e al merito.

Agapito. E al merito?

Oste. Non faccio per dire, ma la mia osteria è conosciuta. La fortuna alla porta, e il merito nella cucina.

  1. Ed. Zatta: Come ci diceva. Si vorrebbe ecc.