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ticare che sta scrivendo una commedia seria, gliene guasta anche qualcuna buona, come Le smanie per la villeggiatura e gli cambia le Inquietudini di Zelinda in una buona farsa, in cui è naufragata qualche intenzione di commedia profonda. In questa è chiara l’origine della cattiva comicità dal teatro dell’arte, poichè da prima era uno scenario" (Scritti varj ecc. in onore di R. Renier, Torino, 1912, p. 83). - Il Momigliano non ha voluto vedere la profonda differenza che corre fra uno scenario del Locatelli, o anche del Gherardi, e gli scenari goldoniani degli amori d’Arlecchino e Camilla; e sembra condannare con una sentenza troppo assoluta tutto il teatro dell’arte. Ma vi è un teatro dell’arte di cui possiamo a ragione vantarci, ricco veramente di buon riso comico, dal quale anche Molière ha imparato qualche cosa, come pure vi sono buffonerie e trivialità e assurdità degne di oblio. Ora a me pare che le Inquietudini di Zelinda siano proprio una "commedia seria", almeno come intendo io, non già, per fortuna, come intendevano Destouches o Lachaussée: benchè tale espressione sia poco felice.

Certo il Goldoni non ebbe intenzione di scrivere una tragedia, nè, come si disse poi, un dramma: bensi il riformatore del nostro teatro si attenne a quel tipo di commedia che aveva in mente e che era, diciamo cosi, suo, di cui aveva dato altri insigni modelli nella Locandiera, negli Innamorati ecc. Nessuno, pare a me, si accorge di uno scenario primitivo, nè avverte di cadere nella farsa; non più, credo, di chi legga i capolavori di Molière o di qualunque altro grandissimo scrittore comico. Che se dal teatro a soggetto proviene, per esempio, la scena muta di Zelinda in principio del secondo atto, evviva il teatro a soggetto! - Vero é che l’arte di Carlo Goldoni si risveglia e crea nuove meraviglie ogni volta che l’autore si trova solo coi due innamorati: e forse non mai il commediografo veneziano seppe dipingere con tocchi più vivi l’amore. Si badi però che il Goldoni nelle sue commedie ci rappresenta l’amore come un tormento, che sorge sotto lo stimolo del capriccio femminile o della gelosia: le sue più famose scene d’amore sono scene di gelosia. E una delle più belle di tutto il suo teatro è certamente la penultima del secondo atto fra Lindoro e Zelinda, dove dagli occhi della giovine sposa piovono veramente lacrime e il fazzoletto n’è tutto bagnato: grande scena fra il riso e il pianto, come nella vita, degna di essere interpretata solo da attori grandissimi; scena piena di verità e di passione umana, che anche sul teatro di Parigi dovette strappare gli applausi e far dimenticare al pubblico il vestito d’Arlecchino, trasportandolo nel regno glorioso della poesia. La povera Zelinda resta sola, confusa, a recitare le misteriose parole che chiudono l’atto. Ma anche altre scene vorrei ricordare, frammenti aurei d’una commedia ormai abbandonata. Penso a un altro soliloquio di Zelinda, a quello che comincia: "Quest’abito che mi piaceva tanto! ecc."; e che contiene anch’esso un piccolo dramma del cuore umano. Arte sincera, arte rara, arte che non trovate nel teatro prima del nostro autore, arte tutta goldoniana! (Si veda pure il critico gi.mi., Gigi Michelotti, della Stampa, citato nella Nota storica della Gelosia di Lindoro. Così Riccardo Bacchelli, nel Resto del Carlino, 14 giugno 1922, ripone "sotto gli occhi", riferendo per intero, il monologo di Zelinda in fine del secondo atto).

Dei tesori nascosti qua e là in questa imperfetta commedia, stesa con troppa baldanza dal buon dottore, si avvidero in principio del secolo scorso