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Fabrizio. (Conviene dissimulare). (da sè)

Lindoro. (Va al tavolino, siede, e si mette a scrivere.)

Fabrizio. Di buon’ ora al lavoro. (a Lindoro)

Lindoro. Io non faccio che il mio dovere. (scrivendo)

Fabrizio. E’ ben fortunato il nostro padrone d’ aver al suo ser- vizio un giovine attento e morigerato, come voi siete.

Lindoro. Vi ringrazio dell’ elogio cortese.

Fabrizio. In verità, vi amo anch’ io infinitamente.

Lindoro. (Oh se sapessi quanto ti odio ! ) (da se) E un effetto della vostra bontà.

Fabrizio. Ma voi dite quel che volete, avete delle maniere così gentili, ed una condotta sì nobile e sì decente, che giurerei che siete d’ una condizione superiore al grado in cui vi trovate.

Lindoro. Per esser galantuomo, e per far il suo debito, non vi è bisogno di nascita, ma di cuore.

Fabrizio. Meritereste per altro uno stato molto più fortunato.

Lindoro. Io mi contento del mio.

Fabrizio. Mi viene in mente una cosa... Io penso a voi, come se foste qualche cosa del mio.

Lindoro. (Più ne dice, e meno gli credo). (da sè)

Fabrizio. Sì, dovreste prender moglie.

Lindoro. Io ? E come vorreste che facessi per mantenerla ?

Fabrizio. Coli’ abilità e colla condotta che avete, non potreste mai mancar di star bene.

Lindoro. Sarebbe assai difficile ch’ io trovassi chi mi volesse.

Fabrizio. Affè, ne conosco una io, che pare fatta per voi.

Lindoro. E chi ? se vi piace.

Fabrizio. Chi ? Zelinda.

Lindoro. (Ah il furbo!) (da sè) Zelinda è povera, ma è nata bene ; ella non vorrà maritarsi per continuar a vivere del pane altrui.

Fabrizio. Chi sa ? In questa casa siete tutti due ben veduti, ben collocati. Volete ch’ io ne parli ?

Lindoro. No, vi ringrazio, non sono in caso di maritarmi; e poi, per dirvi la verità, per Zelinda non ho inclinazione veruna.