Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/256

250 ATTO SECONDO

Flaminio. Oh per questo son contentissimo. Andateci che mi farete piacere, anzi vi prego dirle voi stesso la buona speranza ch’abbiamo, che le cose vadino1 di bene in meglio, e vi supplico ancora dirle, ed assicurarla: ch’io l’amo teneramente, e quanto amar si può mai.

Avvocato. Oh, oh, amico. Non confondete le cariche.

Flaminio. Scusatemi, e comprendete da questo...

Avvocato. Sì, comprendo che siete innamorato, cotto, abbrustolito. Tanto più volentieri m’incarico, o di consolarvi, s’ella n’è degna, o di guarirvi, se non lo merita. Addio. So dove sta di casa. A vent’un’ora verrete da me. Vi dirò quello ch’ho rilevato, riportatevi a me, e non temete. (parte)

SCENA XIII.
Don Flaminio, poi Zelinda.

Flaminio. Vada pure; son sicuro che se conosce bene il carattere delle donne, rileverà quanto la signora Barbara sia virtuosa e sincera, e quanto sia degna d’amore.

Zelinda. Signore, che cos’avete da comandarmi? (melanconica)

Flaminio. Che vuol dire, Zelinda, che siete sì abbattuta e sì trista?

Zelinda. Niente, signore. Mi duole un poco la testa.

Flaminio. Me ne dispiace infinitamente.

Zelinda. A caso, sapreste voi dove sia mio marito?

Flaminio. Sì, lo so benissimo. L’ho pregato d’andar per me dalla signora Barbara.

Zelinda. (È andato via senza dirmelo! Una volta non faceva così). (da sè)

Flaminio. Vorrei, Zelinda carissima...

Zelinda. Scusate. Quant’è che l’avete mandato dalla signora Barbara?

Flaminio. Sarà una mezz’ora incirca.

  1. Così nel testo.