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LE INQUIETUDINI DI ZELINDA 239

Fabrizio. Lindoro mio...

Lindoro. Ah Fabrizio, non mi tradite per carità.

Fabrizio. Non son capace di farlo, e ho superato ogn’altra delicatezza per sincerarvi della pura e semplice verità. Dica Zelinda quel che sa dire, quest’è l’unico soggetto della sua tristezza. Ella teme, anzi ella crede assai fermamente che voi non l’amate più.

Lindoro. Ma come mai può ella credere, o dubitare tal cosa?

Fabrizio. Questo è quello che non ho potuto ancor penetrare; voleva dirmelo quando siete arrivato.

Lindoro. Ah sì, non può essere che questo, e quasi quasi ha ragione. L’ho tormentata colla gelosia, ho promesso di non esser più geloso, mi sforzo di non parerlo, ma è impossibile ch’ella non lo conosca. Non le darò più alcun’ombra di sospetto. Lo prometto, lo giuro, e lo manterrò. Sì, Zelinda sarà contenta, a costo di morire, e lo manterrò.

Fabrizio. Bravissimo, farete bene, Zelinda lo merita, e dovete far il possibile per renderla tranquilla. Volete voi la copia del testamento?

Lindoro. No, custoditela voi.

Fabrizio. La riporrò colla mia. Addio, amico, prego il cielo che vi consoli. (parte)

Lindoro. Ma che cosa è mai questa misera umanità? Ecco qui, in mezzo ai beni, alle fortune, alle contentezze, un’ombra, un sospetto, una cosa da nulla guasta lo spirito, e conturba il cuore. Segno manifesto che in questo mondo non vi può essere felicità.

SCENA V.
Don Flaminio e detto.

Flaminio. Amico, vorrei pregarvi d’una finezza.

Lindoro. Signore, vi prego di non trattarmi con questi termini. La mia fortuna non mi rende orgoglioso. La riconosco da voi, dalla vostra casa, e vi prego di continuare a comandarmi con libertà.