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LE INQUIETUDINI DI ZELINDA 223

Flaminio. Voi dunque mi disperate del tutto.

Avvocato. No, non vi dispero altrimenti. Principio a considerare le difficoltà, ma non le trovo perciò insuperabili. Fidatevi di me, lasciate maneggiare a me la faccenda.

Flaminio. Ma come, ma come mai? Oh cieli! voi mi colmate di consolazione.

Avvocato. Venite meco, e vi svelerò il mio disegno. (parte)

Flaminio. Gran fortuna per me l’aver per difensore un avvocato amico, intelligente ed onorato. (patte)

SCENA XI.
Zelinda, Lindoro e Fabrizio.

Fabrizio. Non posso bastantemente spiegarvi il contento che provo per parte vostra. V’assicuro che il veder voi così ben trattati e così ben provveduti, mi fa più piacere del bene ch’ha lasciato il padrone alla mia persona.

Zelinda. Effetto della vostra bontà.

Lindoro. Ne sono e sarò sempre riconoscente.

Fabrizio. Spero ch’ora voi sarete contenta.

Zelinda. Ho ragione d’esserlo, e sarei al colmo della felicità, se un interno rammarico non m’inquietasse.

Lindoro. Qual rammarico, Zelinda mia? Parlate, vi prego, che cos’avete?

Zelinda. Vi dirò, la perdita del mio caro padrone.... (Non ho coraggio di dire la verità). (da sè)

Fabrizio. Ma bisogna poi darsi pace.

Lindoro. Veramente egli era sì buono, e abbiamo sì grandi obbligazioni verso di lui....

Fabrizio. Ma quel buon uomo non pretende da voi il sagrifizio della vostra pace, della vostra tranquillità. Egli ha avuto intenzione di farvi felici e contenti. Vi vuol sensibili all’amor suo, ma vuol che godiate tranquillamente il bene che vi ha lasciato.

Lindoro. Sì, dite bene, convien darsi pace, e profittar onoratamente di sì buona fortuna. Mio padre s’è meco riconciliato,