Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/219


LE INQUIETUDINI DI ZELINDA 213

Fabrizio. Sì signora. Ha detto che verrà col signor don Filiberto.

Eleonora. (Tanto meglio. Avrò piacere che siano qui tutti due). (da sè, e siede sulla seconda sedia, dalla parte della prima donna)

Fabrizio. (Ho timore che vi vogliano essere delle liti. Vendemmia per i procuratori e gli avvocati). (da sè)

SCENA III.

Don Flaminio vestito a lutto, e detti.

Flaminio. (Entra dalla parte opposta. Fa una riverenza a donna Eleonora senza parlare. Ella s’alza un poco per salutarlo senza dir niente, e torna a sedere, e restano tutti due senza parlare, e senza guardarsi.)

Fabrizio. Queste due persone s’amano teneramente. (da sè, con ironia)

Flaminio. Fabrizio.

Fabrizio. Signore.

Flaminio. Venite qui.

Fabrizio. Mi comandi.

Flaminio. Il mio avvocato è avvertito?

Fabrizio. Sì, signore, per le sedici ore.

Flaminio. Quando viene, fatelo entrare immediatamente.

Fabrizio. Sarà servita. (Una il procuratore, l’altro l’avvocato! Uh se fosse vivo il padrone! Ma oramai non se ne ricordano più. Ora non è che la roba che interessi la vedova ed il figliuolo. A che serve l’accumulare per seminar delle liti, per ingrassar i curiali?) (da sè) (Ah! chi è di là? Ho capito). (guardando alla scena) Signora, è venuto il signor don Filiberto, e il procuratore. (piano a donna Eleonora)

Eleonora. Fateli entrare.

Fabrizio. Favoriscano, signori. Entrino pure. (alla scena)