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ogni scena con un’agevolezza nativa...: questo merito è stato, ancora una volta" di Emma Gramatica. "Invece Lindoro, Camillo Pilotto, calcò, caricò, esagerò, dette dentro, ad ogni scena, quasi ad ogni battuta. Non dev’essere difficile ai nemici di Goldoni trovare in queste Gelosie, che del resto son la riduzione d’un primissimo scenario arlecchinesco, più d’un pretesto a dimostrare come Goldoni abbia dipinto la gelosia, qui e altrove, soltanto come un’irragionevole irritazione di temperamenti isterici, più che come un sentimento profondamente umano, tormento dell’intimo. L’interpretazione di P. deve aver aiutato i censori per cotesta via: tanto egli fu fanciullescamente e burattinescamente smanioso e stizzoso, varcando spesso i limiti della decenza scenica, arrivando a permettersi col padrone confidenze inammissibili, aggiungendo talvolta qualcuno dei deplorevoli e deplorati soggetti dell’arte. E pur troppo Simoneschi ch’era Don Roberto, ne seguì l’esempio facendo del vecchio, ingenuo, debole e buono Don Roberto, una macchietta ridicola per voce, atteggiamenti e smancerie da farsa di vecchio stile. Migliori, fra gli altri, la Chellini ch’era Barbara, e la Marchiò che era la cameriera Tognina". Ben diversamente il cronista e critico del Mondo, Adriano Tilgher, ebbe a concludere: "Della macchietta goldoniana Pilotto diede una interpretazione di una parossistica violenza che, deformando marionettisticamente il personaggio di L., lo rese accettabile e grato al nostro gusto moderno".

1922 8 giugno Bologna, Arena del Sole, comp. dramm. Emma Gramatica. Qualche giorno dopo, a proposito di questa recita, in un articolo intitolato "Zelinda e E. Gramatica" (Resto del Carlino, i 4 giugno), Riccardo Bacchelli avvertiva come il Goldoni "artista raffinatissimo e consumato" si divertisse in questa sua trilogia di Zelinda e Lindoro "a tenerci sempre presente l’esistenza, nel fondo della sua fantasia, del primitivo scenario... Perciò l’imprigionamento di Lindoro, vecchia situazione buffa, prende quel carattere tutto incidentale e che pure, coi soldati, il Ticino, la miseria e la persecuzione dà una così viva sensazione d’ambiente e dell’abbandono dei due amanti. Perciò un mezzuccio frusto fino alla corda come quello del baule serve volutamente alle due scene capitali e più umane; perciò un lieve episodio, luogo comune di vetuste buffonate, come quello di Don Roberto che tira fuor di scena Zelinda mentre vuol ricuperare la lettera, e tanti altri simili, son li proprio per necessità intima di questo stile". Per fortuna la Gramatica mostra "di avere pienamente penetrate tutte le sottigliezze di quel testo comico del quale ella rispetta anche quelle ingenue preziosità e quei francesismi che sono altrettante grazie e caratteristiche espressive. Nelle scene maggiori non è difficile, per un’artista della sua eccellenza, di farsi ammirare. L’interpretazione è, per dir cosi, dettata dalla luminosa chiarezza del testo. Ma serbare la misura e trovare il tono di quelle deliziose e fuggevoli scene minori dove il Goldoni scopre ambiguo e sorridente il suo giuoco di stile, questo è arduo segno. E la Gramatica, per es., nell’uscita citata con Don Roberto lo raggiunge con un’agevolezza studiata e un felice studio che la fanno oggi un’attrice ideale di queste opere aristocratiche e imperiture. E chi voglia vederla in tutta la sua intelligente virtuosità