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l’aizzi: tutti cercano di sgombrare dalla sua anima i sospetti, di fargli palese l’inconsistenza dei suoi dubbi. Non solo non lo armano, ma lo disarmano. E quanta bontà tradisce il suo tormento, quanto amore rivela la sua cecità e la sua ostinazione. - Zelinda, in questo secondo episodio della trilogia, non è disegnata compiutamente. Per la necessità di rafforzare i contrasti di Lindoro, G. ha trascurato Zelinda. La figura non ha la grazia che ha nel primo episodio, quando tutta presa d’amore per Lindoro deve dibattersi contro le avversità e sfuggire alle insidie che le tendono Flaminio e Fabrizio, che mostrano d’amarla non meno del suo preferito. Per ritrovarla nella sua interezza, bisogna cercarla nel terzo episodio, ove acquista veramente una personalità singolare, quando, cioè, disarmata la gelosia di Lindoro, si sente presa dal medesimo male e non più tormenta il manrito, ma se stessa, creandosi delle rivali immaginarie, tentando persuadersi che Lindoro non l’ama più... Flaminio, Fabrizio, donna Eleonora, donna Barbara, don Filiberto, lo stesso don Roberto, che pure ha una sua linea in quella sua profonda bontà che fa si che tutto comprenda e tutto scusi, non rappresentano nel mondo goldoniano che dei complementi. Li vediamo passare nelle commedie del grande comico dall’una all’altra indifferentemente, portandovi con uno spontaneo movimento comico il loro cicaleccio garbato. Passano anche in questa senza lasciarvi un particolare segno. - Lindoro e Zeiinda sono apparsi ieri sera non come riflessi di un tempo che fu... ma come creature d’oggi, tanto sono realizzate con semplicità e sono umane nelle loro sofferenze, nei loro crucci, nelle loro ire, nei loro dispetti, in quella che e l’essenza e la manifestazione del loro amore... Il pubblico si lasciò travolgere dalla limpida cristallina gaiezza da cui tutta la commedia è pervasa... L’onesta moglie di Lindoro ebbe nella sua personificazione degli accenti di deliziosa comicità e fu tutta grazia e sottigliezza, tutta fresca ingenuità e commosso candore. Il pubblico parve non stancarsi di applaudirla... Il Racca fu un Lindoro di irrompente passione. Un ottimo don Roberto il Simoneschi... Più vivo e completo non poteva essere il successo per questa esumazione ".

1922 23 maggio Roma, teatro Valle, comp. dramm. Emma Gramatica. Della serata in onore del primo attore Camillo Pilotto scrisse il Giornale d’Italia (24 maggio): "La commedia, divertentissima e piena di freschezza e di brio, fu recitata con una biricchineria ed una spigliatezza ammirevoli." La Gramatica "fu una Zelinda smorfiosetta, aggraziata e ciarliera", il Pilotto suscitò "un’ilarità irresistibile" e "fu festeggiatissimo ". Il critico dell’Epoca non crede che le G. di L. siano fra le commedie goldoniane "una delle più fresche e vive" o una "delle più destramente e agilmente congegnate. La vicenda non rileva il suo interesse che nel disegno dei due caratteri di L. e di Z. " Tuttavia l’interpretazione fu mirabile. Non così parve a Silvio D’Amico, nell’Idea Nazionale (24 maggio): "Il merito d’essersi saputa serbare lieve, festevole, incantevole di facile grazia; di non essersi mai indugiata, prendendole troppo sul serio, sulle tirate moralistiche...; di aver dato a tutti i suoi accenti, seri o lagrimosi o sorridenti, un tono rapido, scorrevole; d’aver composto