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LA GELOSIA DI LINDORO 149

Lindoro. Si, lo comando, lo voglio, e sarò capace di farmi rispettare e obbedire.

Zelinda. Non mi volete credere? volete ancor sospettare? (alterata)

Lindoro. Fuori di qui, e poscia ne parleremo.

Zelinda. Volete ch’io manchi alla mia parola? Volete ch’io commetta una mal’azione? ch’io parli? ch’io dica? ch’io vi soddisfi? animo. Eccomi qui, son pronta, parlerò, vi soddisferò. (rabbiosamente)

Lindoro. Tutte cabale; tutte invenzioni...

Zelinda. Sì, cabale, invenzioni, per far del bene, per evitar dei scandali, delle turbolenze. Sappiate che il signor don Flaminio... Ma no, non è giusto, non vo’ mancare. Caschi il mondo, non parlerò.

Lindoro. Non mi curo di saper altro. Fuori subito di questa casa.

Zelinda. Volete uscire di questa casa?

Lindoro. E voi dovete venir con me.

Zelinda. E dove volete andare?

Lindoro. Ove mi pare e piace. Seguitemi, e non ci pensate, e non mi fate scaldar maggiormente il sangue.

Zelinda. Avete risolto? (con sdegno)

Lindoro. Ho risolto. (con sdegno)

Zelinda. S’ha da partire?

Lindoro. S’ha da partire.

Zelinda. Subito?

Lindoro. Immediatamente. (con sdegno)

Zelinda. Aspettatemi che saprò soddisfarvi, (con sdegno, e parte)

SCENA XVI.
Lindoro, poi Zelinda.

Lindoro. Son marito, son padrone, posso comandare, e a suo dispetto mi dee obbedire. (con forza)

Zelinda. (Tutta sdegno e collera, strascinando il baule che s’è veduto nella prima commedia, e lo tira in mezzo la scena) Eccomi qui,