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132 ATTO PRIMO

Filiberto. Non so che dire. Mi dispiace infinitamente di vedervi in tali inquietudini. Volete voi ch’io ne parli? Volete ch’io m’interessi per voi?

Lindoro. Quando volete graziarmi, di questo solo vi prego. Fatemi ottenere la mia licenza. Non voglio più restare in una casa, ove pericola l’onor mio.

Filiberto. Bene, parlerò, e ci rivedremo. Vorrei vedere donna Eleonora.

Lindoro. Scusatemi, signore, s’io non monto le scale; sono sì agitato, sì afflitto...

Filiberto. Restate, restate; se non troverò nessuno, salirò io. Povero giovane! vi compatisco. (Ecco quanto durano le gioie, e le consolazioni del matrimonio). (da sè, parte)

SCENA IX.
Lindoro solo.

Ah sì, merito bene d’essere compatito e compianto. Chi l’avrebbe mai detto? Una giovane ch’ho amato posso dir dall’infanzia. Obbligata dalle disgrazie della sua casa ad abbandonare la patria, la lascio io pure, e l’abbandono per lei. Costretta ella a servire, mi assoggetto io medesimo alla servitù. Sono per sua cagione villanamente scacciato, m’espongo a de’ nuovi insulti, soffro per lei l’indigenza, il rossore, i pericoli. Arrischio la vita, sono posto in prigione, tutto soffro pazientemente, e finalmente la sposo, e finalmente mi credo al colmo della contentezza, del piacere, della felicità. Misera condizion de’ mortali! Sparì la mia contentezza come il chiaro d’un lampo, perì il piacere come un fiore di primavera. La mia felicità non fu che un’ombra fugace, che un’illusione, un fantasma, un sogno. Zelinda infedele? Oh cielo, in qual’abisso di pene mi getta un’immagine sì dolorosa? Ecco, ecco le spine senza rose. Le rose sono sparite, e le spine mi trafiggono il core.

Fine dell’Atto Primo.