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Lindoro. Sì, vi sono obbligato, (siede ed osserua) (Indegno, non) r ha nemmen principiato). (da sè)

Fabrizio. (E sospettoso ali’ eccesso. Manco male che non sa) niente). (da sè, parte)

SCENA V.

Lindoro al tavolino che conteggia, Zelinda lavora.

Zelinda. Che lettera vi ha fatto vedere il signor don Roberto ?

Lindoro. Voi volete sapere che cos’ha voluto il signor don Ro- berto ; mi domandate che lettera m’ ha egli dato, ed io al- l’ incontro non vi domando cosa voleva da voi Fabrizio, e quali discorsi v’ ha tenuti mentre io non c’era.

Zelinda. Fabrizio ?... da me non voleva niente... Non mi ha tenuto alcun discorso che meriti d’essere riportato.

Lindoro. Zelinda mia, non mi fate mistero di quelle cose che mi possono dar sospetto. (s’alza)

Zelinda. Mistero ? di che ? di che potete voi sospettare ? (mette giù il lavoro)

Lindoro. Non crediate ch’ io parli a caso ; sono arrivato in tempo che Fabrizio vi parlava segretamente, e grazie al cielo, ho buon orecchio per intendere qualche cosa. (avanzandosi)

Zelinda. Voi non potete aver inteso alcuna cosa che vaglia ad offendervi, e nemmeno a porvi in sospetto. (s’alza)

Lindoro. Ditemi un poco, signora mia, qual è quell’ affare che non dee esser saputo ne da me, ne dal signor don Roberto ?

Zelinda. Lindoro, credo che voi mi conosciate abbastanza.

Lindoro. Sì, ma vi domando...

Zelinda. Credo che vi possiate fidare di me.

Lindoro. Rispondetemi a tuono. Cosa sono questi segreti ?

Zelinda. Non v’è niente che v’ interessi, non v’ è niente che vi appartenga. Sono una donna d’onore, e mi fate torto se dubitate.

Lindoro. Sarà vero tutto quello che voi mi dite, ma non mi potrete negare che Fabrizio non v’abbia confidato qualche segreto.