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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/75



Fortunato. Tissimo. (allontanandosi)

Isidoro. Se el fusse un processo de premura, poveretto mi!

Fortunato. Siò cogitore! Tissimo. (sulla porta e parte)

Isidoro. El diavolo che te porta! (suona il campanello)

Comandadore. Son a servirla.

Isidoro. Licenziè quelle donne, mandèle via, che le vaga via, che no voi sentir altro.

Comandadore. Subito. (parte)

SCENA XVI.

Isidoro, poi Pasqua e Lucietta, poi il Comandadore.

Isidoro. Bisogna dar in impazienze per forza.

Pasqua. Per cossa ne mandelo via? (con calore)

Lucietta. Per cossa no ne vorlo esaminare?

Isidoro. Perchè son stuffo.

Pasqua. Sì, sì, caretto, savemo tutto.

Lucietta. L’ha sentio quelle che gh’ha premesto (’), e nualtre semo scoazze (a).

Isidoro. La fenìmio?

Lucietta. Puinetta el l’ha tegnua più d’un’ora.

Pasqua. E Meggiotto quanto ghe xela stada?

Lucietta. Ma nu anderemo da chi s’ha d’andare (b).

Pasqua. E se faremo fare giustizia.

Isidoro. No savè gnente. Sentì.

Pasqua. Cossa voravelo dire?

Lucietta. Cossa ne voravelo infenocchiare?

Isidoro. Vualtre sé parte interessada; no podè servir per testimonio.

Lucietta. No xe vero gnente, no xe vero gnente. No semo in- teressa, no xe vero gnente.

Pasqua. E anca nu volemo testimoniare. (a) Ci tratta come se fossimo le immondizie del popolo; non ci considera per niente, (b) Intende dire che ricorreranno per farsi render giustizia. (1) Quelle che gli premevano. Premesto è participio passato.