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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/553



SCENA XIII.

Anselmo, poi Roberto.

Anselmo. Guardate, quando si dice degli accidenti che accadono; ecco un’altra maraviglia simile a quella del signor Roberto.

Roberto. Servitore, signor Anselmo.

Anselmo. Oh signor Roberto, appunto in questo momento pen- sava a voi.

Roberto. Si è veduto il signor Pandolfo?

Anselmo. Non l’ho vedudo, e credo non sia ancora ritornato.

Roberto. Sono impazientissimo di vederlo.

Anselmo. Sempre costante, è (’) egli vero?

Roberto. Costante più che mai. Vi prego non mi parlare sopra di ciò.

Anselmo. No, non dubitate ^^\ non vi dirò altro. Vi parlerò di me, vi darò una buona nuova per conto mio.

Roberto. La sentirò volentieri.

Anselmo. Ho maritato mia figlia.

Roberto. Me ne consolo infinitamente; e con chi, signore?

Anselmo. Con monsienr la Rose. E venuto qui, l’ha veduta, gli è piaciuta: detto fatto, gliel’ho promessa.

Roberto. Oh, vedete se si danno i casi improvvisi? E voi vi facevate ^ maraviglia di me.

Anselmo. E verissimo, è il caso vostro medesimo ^^\

Roberto. Ora, se mei permettete, verrò a fare una visita alla vostra figliuola (’’).

Anselmo. Sì volentieri, andiamo. («’incamminano)

Roberto. Oh scusatemi. Vedo venire il signor Pandolfo, Ho gran volontà di parlargli.

Anselmo. Servitevi, come vi piace. (Povero (^^ innamorato!) Andrò a consolar Doralice, le darò la nuova ch’è maritata. Spero che anche di questa nuova sarà contenta, (entra nell’appartamento ^ ’) (I) C. 8.: non è ecc. (2) C. ».: non vi dubitale. (3) C. 9.: e il caso vostro i me- desimo. (4) C. 9.: a vostra figlia. (5) C. s.: Davvero è collo. Povero ecc. (6) C. ».: parte Verso Doralice.