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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/549



Fontene. (Or ora sento intenerirmi ancor io). (Ja sé) Rose O. (Gran pazzia d’un padre! Povera fanciulla, mi fa pietà). (da sé)

Doralice. (Oh cieli I non ho più veduto il signor Roberto. Ah,) che sarà forse anch’egli pentito di usarmi quella pietà che mi aveva sì teneramente promessa. Tornasse almeno mio padre). (da sé, con passione)

Rose. Oh via, signora, datevi pace; troverò io vostro padre; gli (^^) farò conoscere il torto ch’egli vi ha fatto ^^\ e cercherò ch’ei vi ponga rimedio.

Fontene. Cosa volete voi parlar con ("’) suo padre, ch’è l’uomo più irragionevole, più bestiai ^■’^ della terra? (a monsieur la Rose)

Doralice. Eppure è stato sempre mio padre il più saggio, il più prudente uomo del mondo.

Fontene. Oh, oh, ho capito. Se difendete vostro padre, siete d’ac- cordo con lui, e non credo più ne alle vostre smanie, ne alla vostra onestà.

Doralice. Malgrado al pregiudizio ch’io ne risento, io non ho cuore di sentirlo a maltrattar in tal guisa.

Fontene. Vostro padre è un pazzo. Non è egli vero, monsieur la Rose?

Rose. Non so che dire. Il pover’uomo si è regolato assai male.

SCENA XI.

Anselmo e detti.

Doralice. Eccolo il mio povero padre (^): vi prego di non morti- ficarlo soverchiamente.

Fontene. Come?

Rose. Chi?

Doralice. Non lo vedete il mio genitore?

Rose. Questi? (I) Mancano nelle ed.i cit. queste parole di Rose. (2) Così le ed.’ cil. Neil’ed. Zalta: le. (3) C. s.: che egli vi ha fallo il Iorio. (4) C. s.: parlare a. (5) C. s.: bealiale. (6) C. >.: Eccolo mio padre. Vi prego ecc.