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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/461



Timoteo. (Dalla speziarla, con bicchiere, pezze e rasoio) Eccomi qui, presto, spogliatelo.

Moracchio. E cosa volete far del rasoio?

Timoteo. In caso di bisogno, serve meglio di una lancetta.

Crespino. Un rasoio?

Giannina. Un rasoio?

Evaristo. Chi è che vuole assassinarmi con un rasoio? (patetica-) mente, alzandosi.

Giannina. Il signor Timoteo.

Timoteo. Son un galantuomo, non assassino alcuno, e quando si fa quello che si può e quello che si sa, nessuno ha occasione di rimproverare. (Che mi chiamino un’altra volta, che or venò!) (entra in bottega)

Moracchio. Vuol venire da me, signor Evaristo? Riposerà sul mio letto.

Evaristo. Andiamo dove volete.

Moracchio. Mi dia il braccio, s’appoggi.

Evaristo. Quanto meglio saria per me che terminassi questa mi- sera vita! (s’incammina sostenuto da Moracchio)

Giannina. (Se ha volontà di morire, basta che si raccomandi allo) speziale).

Moracchio. Eccoci alla porta. Andiamo.

Evaristo. Pietà inutile a chi non desidera che di morire, (entrano)

Moracchio. Giannina, vieni ad accomodar il letto per il signor

Evaristo. (j„Il„ p„,,„^ ^j g„,^^) Giannina, ([dorrebbe andare anch’elio.)

Crespino. Giannina? (/^,A,-^^^)

Giannina. Cos’è?

Crespino. Siete molto compassionevole per quel signore!

Giannina. Faccio il mio debito, perchè io e voi siamo la causa del suo male.

Crespino. Per voi non so che dire. Ma io? Come c’entro io?

Giannina. Per causa di quel maladetto ventaglio. (entra)

Crespino. Maladetto ventaglio! L’avrò sentito nominare un milione di volte. Ma ci ho gusto per quell’ardito di Coronato. È mio hh