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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/459



SCENA VII.

Candida sulla terrazza, e delli

Candida. Signor Evaristo. (/„ ^,.^„^)

Evaristo. (Eccola, eccola: son disperato).

Giannina. Che diavolo! E finito il mondo per questo?

Candida. Signor Evaristo? (storna a chiamarlo)

Evaristo. Ah Candida mia dilettissima, sono l’uomo più afflitto, più mortificato del mondo.

Candida. Eh ^ che sì, che il ventaglio non si può più avere?

Giannina. (L’ha indovinata alla prima).

Evaristo. Quante combinazioni in mio danno! Sì, pur troppo è la verità, il ventaglio è smarrito, e non è possibile di ritrovarlo ^ P^"" °’’^-, (a Candida)

Candida. Oh, so dove sarà.

Evaristo. Dove? dove? Se aveste qualche indizio per ritrovarlo...

Giannina. Chi sa? Può essere che qualcheduno l’abbia trovato. „ (ad Evaristo)

Evaristo. Sentiamo. (, ^,.,„„,.„^)

Candida. Il ventaglio sarà nelle mani di quella a cui lo avete donato, e non vuol renderlo, ed ha ragione.

Giannina. Non è vero niente. (a Candida)

Candida. Tacete.

Evaristo. Vi giuro sull’onor mio...

Candida. Basta così. Il mio partito è preso. Mi meraviglio di voi, che mi mettete a fronte di una villana. (v/ó)

Giannina. Cos’è questa villana? (alla terrazza)

Evaristo. Giuro al cielo, voi siete cagione della mia disperazione, della mia morte. (,^„,,„ Qiar^nir^a)

Giannina. Ehi, ehi, non fate la bestia.

Evaristo. Ella ha preso il suo partito. Io deggio prendere il mio. Aspetterò il mio rivale, l’attaccherò colla spada, o morirà l’in- degno, o sagrificherò la mia vita... Per voi, per voi a questo duro cimento.