Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/455


IL VENTAGLIO 443


Limoncino. Bene, bene, glielo dirò quando lo vedrò, (va per partire)

Coronato. Dite, quel giovane.

Limoncino. Comandate.

Coronato. A caso, avreste sentito a dire che qualcheduno avesse ritrovato un ventaglio?

Limoncino. Io no.

Coronato. Se mai sentiste a parlare, vi prego farmi avvisato.

Limoncino. Signor sì, volentieri. L’avete perduto voi?

Coronato. L’aveva io. Non so come diavolo si sia perduto. Qualche briccone l’ha portato via, e quei stolidi de’ miei garzoni non sanno nemmeno chi sia stato a prender del vino. Ma se lo scopro! Se lo scopro! Mi raccomando a voi. (entra)

Limoncino. Dal canto mio farò il possibile. (s’incammina)

SCENA V.
Il Conte alla finestra dell’osteria, e Limoncino; poi Giannina.

Conte. Ho sentito la voce di Limoncino. Ehi quel giovane, (forte)

Limoncino. Signore. (si volta)

Conte. Portateci due buoni caffè.

Limoncino. Per chi, illustrissimo?

Conte. Per me.

Limoncino. Tutti due per lei?

Conte. Uno per me, ed uno per il barone del Cedro.

Limoncino. Sarà servita.

Conte. Subito, e fatto a posta. (entra)

Limoncino. (Ora che so che vi è il Barone che paga, glieli porterò). (s’incammina)

Giannina. (Di casa, senza la rocca) Ehi Limoncino.

Limoncino. Anche voi volete seccarmi con questo nome di Limoncino?

Giannina. Via via, non andate in collera. Non vi ho detto nè rava, nè zucca, nè cocomero, nè melanzana.

Limoncino. Ne avete ancora?