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IL VENTAGLIO 423

Conte. Ah! che ne dite? Sono uomo io? Eh collega amatissimo. Noi altri titolati! La nostra protezione valqualche cosa. (s’incammina)

Giannina. (Di casa, pian piano, va dietro di loro per entrare. Il Conte ed il Barone entrano, introdotti da Tognino che resta sulla porta. Giannina dorrebbe entrare, e Tognino la ferma.)

Tognino. Voi non ci avete che fare.

Giannina. Signor sì, ci ho che fare.

Tognino. Ho ordine di non lasciarvi entrare. (entra e chiude la porta)

Giannina. Ho una rabbia a non potermi sfogare, che sento proprio che la bile mi affoga. (avanzandosi) A me un affronto? A una giovane della mia sorte? (smania per la scena)

SCENA XII.

Evaristo di strada, collo schioppo in spalla, e Moracchio collo schioppo in mano, una sacchetta col salvalico, ed il cane attaccato alla corda; e detta. Poi Tognino.

Evaristo. Tenete, portate il mio schioppo da voi. Custodite quelle pernici fino che io ne dispongo. Vi raccomando il cane. (siede al caffè, piglia tabacco e s’accomoda)

Moracchio. Non dubiti che sarà tutto ben custodito. (ad Evaristo) Il desinare è all’ordine? (a Giannina, avanzandosi)

Giannina. È all’ordine. (arrabbiata)

Moracchio. Cosa diavolo hai? Sei sempre in collera con tutto il mondo, e poi ti lamenti di me.

Giannina. Oh, è vero. Siamo fratelli, non vi è niente che dire...

Moracchio. Via, andiamo a desinare, ch’è ora. (a Giannina)

Giannina. Sì sì, va avanti, che poi verrò. (Voglio parlare col signor Evaristo).

Moracchio. Se vieni, vieni; se non vieni, mangerò io. (entra in casa)

Giannina. Se ora mangiassi, mangerei del veleno.

Evaristo.(Non si vede nessuno nella terrazza. Saranno a pranzo