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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/435



Conte. Ah! che ne dite? Sono uomo io? Eh collega amatissimo. Noi altri titolati! La nostra protezione vai qualche cosa. (s’incammina)

Giannina. (D/ casa, pian piano, va dietro di loro per entrare. Il Conte) ed il Barone entrano, introdotti da Tognino che resta sulla porta. Qiannina dorrebbe entrare, e Tognino la ferma.

Tognino. Voi non ci avete che fare.

Giannina. Signor sì, ci ho che fare.

Tognino. Ho ordine di non lasciarvi entrare, (entra e chiude la porta)

Giannina. Ho una rabbia a non potermi sfogare, che sento proprio che la bile mi affoga, (ave.z ondosi) A me un affronto? A una giovane della mia sorte? (smania per la scena)

SCENA XII.

Evaristo di strada, collo schioppo in spalla, e Moracchio collo schioppo in mano, una sacchetta col salvalico, ed il cane attaccato alla corda; e detta. Poi Tognino.

Evaristo. Tenete, portate il mio schioppo da voi. Custodite quelle pernici fino che io ne dispongo. Vi raccomando il cane. (siede al Caffè, piglia tabacco e s’accomoda)

Moracchio. Non dubiti che sarà tutto ben custodito, (ad Evaristo) Il desinare è all’ordine? (a Qiannina, avanzandosi)

Giannina. E all’ordine. (arrabbiata)

Moracchio. Cosa diavolo hai? Sei sempre in collera con tutto il mondo, e poi ti lamenti di me.

Giannina. Oh, è vero. Siamo fratelli, non vi è niente che dire...

Moracchio. Via, andiamo a desinare, ch’è ora. (a Giannina)

Giannina. Sì sì, va avanti, che poi verrò. (Voglio parlare col signor) Evaristo).

Moracchio. Se vieni, vieni; se non vieni, mangerò io. (entra in casa)

Giannina. Se ora mangiassi, mangerei del veleno.

Evaristo. (Non si vede nessuno nella terrazza. Saranno a pranzo)