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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/429



Conte. Ne prendereste un altro?

Giannina. Potrebbe darsi di sì.

Conte. Fate conto ch’egli sia morto.

Giannina. Signor, non so né leggere, né scrivere, né far conti.

Conte. Impertinente!

Giannina. Mi comanda altro?

Conte. Andate al diavolo.

Giannina. M’insegni la strada.

Conte. Giuro al cielo, se non foste una donna!

Giannina. Cosa mi farebbe?

Conte. Andate via di qua.

Giannina. Subito l’obbedisco, e poi mi dirà ch’io non so le creanze. (i incammina verso il palazzina)

Conte. Creanze, creanze! Va via senza salutare, (sdegnato dietro) a Giannina.

Giannina. Oh perdoni. Serva di vossignoria...

Conte. Illustrissima. (sdegnato)

Giannina. Illustrissima. (ridendo corre nel palazzina)

Conte. Rustica progenits nescit habere modum. (sdegnato) Non so cosa fare; se non vuol Coronato, io non la posso obbligare; non ha mancato da me. Cosa si é messo in capo colui di voler una moglie che non lo vuole! Mancano donne al mondo? Gliene troverò una io. Una meglio di questa. Vedrà, vedrà l’effetto della mia protezione.

SCENA VII.

Geltruda e Candida fuori della bottega della merciaia, e detto.

Conte. E così, signora Geltruda?

Geltruda. Signore, mia nipote è una giovane saggia e prudente.

Conte. E così, alle corte.

Geltruda. Ma ella m’affatica in verità, signor Conte.

Conte. Scusatemi; se sapeste quel ch’ho passato con una donna! Il