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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/423



Barone. Addio, collega carissimo. (È il più bel pazzo di questo) mondo). (entra nella bottega dello speziale)

Conte. Signora Geltruda. (chiama forte)

Geltruda. Oh signor Conte, perdoni, non l’aveva veduta, (si alza)

Conte. Una parola, in grazia.

Susanna. Favorisca, se comanda si servi qui; è padrone.

Conte. No no; ho qualche cosa da dirvi segretamente. Scusate l’incomodo, ma vi prego di venir qui. (a Geltruda)

Geltruda. La servo subito. Mi permetta di pagar una cuffia che abbiamo preso, e sono da lei. (tira fuori una borsa per pagare) Susanna, e per tirare in lungo.

Conte. Vuol pagar subito! questo vizio io non 1 ho mai avuto.

SCENA V.

Coronato esce dell’osteria con Scavezzo, che porta un barile di vino in spalla.


Conte. Illustrissimo, questo è un barile che viene a lei.

Conte. E l’altro?

Coronato. Dopo questo si porterà r altro; dove vuol che si porti?

Conte. Al mio palazzo.

Coronato. A chi vuole che si consegni?

Conte. Al mio fattore, se e’è.

Coronato. Ho paura che non vi sarà.

Conte. Consegnatelo a qualcheduno.

Coronato. Benissimo, andiamo.

Scavezzo. Mi darà poi la buona mano il signor Conte.

Conte. Bada bene a non bever il vino, e non vi metter dell’ac- qua, (a Scavezzo) Non lo lasciate andar solo. (a Coronato)

Coronato. Non dubiti, non dubiti, ci sono anch’io. (via)

Scavezzo. (Sì sì, non dubiti, che fra io ed il padrone l’abbiamo) accomodato a quest’ora). (oia)

Geltruda. (Ha pagato, e si avanza verso il Conte. Susanna siede e) lavora. Candida resta a sedere, e parlano piano fra di loro) Eccomi da lei, signor Conte. Cosa mi comanda?