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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/412



Coronato. Eh amico, non è di me che si parla. Io non vendo il cuoio vecchio per il cuoio nuovo.

Crespino. Né io vendo l’acqua per vino, né la pecora per ca- strato, ne vado di notte a rubar i gatti per venderli o per agnelli, o per lepre.

Coronato. Giuro al cielo... (alza la mano)

Crespino. Ehi!... (fa lo stesso)

Coronato. Corpo di bacco! (mette la mano in tasca)

Crespino. La mano in tasca! (corre al banchetto per qualche ferro)

Coronato. Non ho coltello... (corre, e prende la sua banchetta)

Crespino. (Lascia i ferri e prende un seggiolone dello speciale, e si) vogliono dare.

SCENA V.

Timoteo, Scavezzo e detti.

Timoteo. (T>alla sua bottega, col pistetto ^> in mano.)

Limoncino. (Dal caffè, con un legno.)

Scavezzo. (Dall’osterìa, con uno spiedo.)

Conte. (Dalla casa di Geltruda, per dividere) Alto, alto, fermate, ve lo comando. Sono io, bestie, sono il conte di Roccamonte; ehi bestie, fermatevi, ve lo comando, (temendo però di buscare)

Crespino. Hai ragione che porto rispetto al signor Conte, (a Coronato)

Coronato. Sì, ringrazia il signor Conte, altrimenti t’avrei fracas- sato r ossa.

Conte. Animo, animo, basta così. Voglio saper la contesa. An- date via, voi altri. Ci sono io, e non e’è bisogno di nessuno.

Timoteo. C è alcuno che sia ferito? (Limoncino e Scavezzo partono)

Conte. Voi vorreste che si avessero rotto il capo, scavezzate le gambe, slogato un braccio, non è egli vero? Per avere occa- sione di esercitare il vostro talento, la vostra abilità.

Timoteo. Io non cerco il mal di nessuno, ma se avessero bisogno, (I) Quasi tutti i più recenti editori stampano: pestello.