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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/404



Moracchio. Signore.

Evaristo. Andate innanzi. Aspettatemi all’entrata del bosco, ch’or ora vengo. (entra con Susanna)

Moracchio. Se perde il tempo così, prenderemo delle zucche, e non del selvatico. (vìa col cane)

Giannina. Manco male che mio fratello è partito. Non vedo l’ora di poter dire due parole a Crespino; ma non vorrei che ci fosse quel diavolo di Coronato. Mi perseguita, e non lo posso soffrire. (da aè, filando)

Conte. Oh oh, bella, bella, bellissima, (leggendo) Signora Geltruda.

Crespino. Cosa ha trovato di bello, signor Conte?

Conte. Eh, cosa e’entrate voi? Cosa sapete voi che siete un igno- rantaccio?

Crespino. (Ci scommetto che ne so più di lei), (batte forte sulla forma)

Geltruda. Che mi comanda il signor Conte?

Conte. Voi che siete una donna di spirito, se sentiste quello ch’io leggo presentemente, è un capo d’opera.

Geltruda. È qualche istoria?

Conte. Eh! (con sprezzatura)

Geltruda. Qualche trattato di filosofia?

Conte. Oh! (come sopra)

Geltruda. Qualche bel pezzo di poesia?

Conte. No. (come sopra)

Geltruda. E ch’è dunque?

Conte. Una cosa stupenda, meravigliosa, tratta dal francese: è una novella, detta volgarmente una favola.

Crespino. (Maledetto! Una favola! stupenda! meravigliosa!) (batte forte)

Geltruda. E di Esopo?

Conte. No.

Geltruda. E di monsieur de la Fontaine?

Conte. Non so l’autore, ma non importa. La volete sentire?

Geltruda. Mi farà piacere.

Conte. Aspettate. Oh ch’ho perduto il segno. La troverò... (cerca la carta)