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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/309



amore, perchè sono degli anni che sono avvezza ad amarlo, perchè non ho mai diviso il mio cuore con altri, e quando ho preso un impegno, non so mancare. Ecco perchè sostengo di voler assistere la famiglia del signor Pantalone; perchè ho data la mia parola. Arlecchino si è disgustato, ma la collera gli passerà. Mi fido dell’amor suo, mi fido in un certo potere che hanno le donne ordinariamente sopra degli uomini. Non son bella, ma pure mi par di avere qualche cosa che non dispiace. Un poco di spirito non mi manca, i miei occhi non mi servono male, e in un’occasione, se mi mancano le parole, m’ingegno di supplire colle occhiate, coi gesti e colle lacrime; sì, colle lacrime ancora, che sono le armi più possenti del nostro sesso.

SCENA V.

Celio e detta.

Celio. O di casa, e’è nessuno? (J,- Jenlro)

Camilla. Venga, venga, signor Celio. Ci sono io; questo sarebbe un buon partito per una delle figlie del signor Pantalone. Vo’ veder se mi riesce...

Celio. Buon giorno, signora Camilla.

Camilla. Serva sua, signor Celio.

Celio. State bene?

Camilla. Per obbedirla.

Celio. Me ne consolo: come sta la signora Clarice?

Camilla. Benissimo.

Celio. Si può riverire?

Camilla. Or ora la vedrete. Terminata che avrà una certa com- posizione che sta facendo, verrà qui colla signorina Angelica sua sorella.

Celio. Le riverirò tutte e due volentieri. Ma quella che più mi preme, è la signora Clarice, perchè ha dello spirito e del sapere. La signora Angelica ha del merito anch’essa, ma io di musica non m’intendo, e poi non si fa torto agli amici.