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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/298



Pantalone. (Col diavolo che te porta).

Arlecchino. Sì, sì, col cocchio se va più comodi, e se spende manco. Vado subito a servirla. Vado a fermar i posti nel cocchio.

Pantalone. Mo no ve digo, no v’incomode.

Arlecchino. Sì assolutamente. Voggio aver l’onor de servirla. Vado e torno subito per ser\’ir!a. (parte)

SCENA VIII.

Pantalone, poi Angelica.

Pantalone. No gh’è remedio. Sta bestia no me voi, e se Ca- milla ghe voi ben, ho paura che la sarà obligada de licen- ziarne. Ma se anca dovesse restar, come mai xe possibile de poder soffrir l’impertinenza de sto omo indiscreto, de sto villém? Vardè, sul momento che giera per consolarme con un sonetto della mia cara fia, el vien a tormentarme, e el me pnva del- l’unico mio piacer. No gh’è remedio, no se poi resister, bi- sogna andar. Pazenzia, son nato desfortunà. Ho da penar sempre, ho sempre da sospirar.

Angelica. Signor padre.

Pantalone. Fia mia.

Angelica. Vengo a dirvi una cosa che vi farà piacere.

Pantalone. Sì, consoleme, che ghe n’ho bisogno.

Angelica. Ho terminato in questo punto di porre in musica la cantata.

Pantalone. La cantata che ha composto Clarice?

Angelica. Sì signore, ho messo in musica le parole di mia sorella. P.ANTALONE. Oh brava! quando la sentiremo?

Angelica. Quando volete.

Pantalone. Aspettemo che ghe sia della zente. Verso mezzo- zorno vegnirà i nostri amici. Ti canterà, ti te farà onor. Me imbalsemerò mi. Ti imbalsemerà tutti quanti.

Angelica. Ma io, signore, l’ho fatta per mio studio, per mio divertimento, e non ho merito, né abilità per piacere.