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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/291



signore... L’AMORE PATERNO 279

SCENA IV.

Camilla, poi Pantalone.

Camilla. Povera me! io mi trovo in un imbarazzo grandissimo. Amo Arlecchino, e non lo vorrei disgustare. Se perdo Arlec- chino, perdo quanto ho di più caro, quanto ho di più piacevole al mondo. Orsù, il signor Pantalone è assai ragionevole. Ho fatto per lui finora quanto ho potuto. Compatirà ancor egli le mie circostanze... ma eccolo per l’appunto.

Pantalone. Camilla. (Jalla porta)

Camilla. Signore.

Pantalone. Seu sola?

Camilla. Sì, signore, son sola. Pantalone, Pia mia, vegnì qua. Lasse che ve parla col cuor averto, con schiettezza e sincerità. Vu fin adesso m’ave fatto del ben. Xe un mese che son in casa vostra, e nelle mie disgrazie e nelle mie miserie vu se stada la mia benefattrice, el mio con- forto, la mia unica consolazion. No xe giusto però, che per causa mia abbiè da soffrir dei discapiti e dei dispiaceri. Scapin m ha dito tanto che basta. Arlecchin ve rimprovera per causa mia, ghe volè ben, l’ha da esser vostro mano, e mi, che son un omo d’onor, non ho da romper la vostra pase e la vostra union. El cielo ve renda merito del ben che m’ave fatto. Ve ringrazio de cuor, e avanti sera ve leverò l’incomodo, e mi e le mie povere fie ve lasseremo in te la vostra tranquillità.

Camilla. (Fortuna, ti ringrazio: è disposto da sé, senza ch’io abbia) la pena di persuaderlo). Avete dunque risoluto di voler partire?

Pantalone. Sì, fia mia, ho risolto. Son persuaso, so el mio dover, e non occorre pensarghe suso.

Camilla. Mi dispiace infinitamente di privarmi della vostra com- pagnia, e di quella delle vostre care figliuole. Ma vedete bene,

Pantalone. No parlemo altro. So tutto, ve compatisso, e me tocca a mi a remediarghe.