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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/262



Conte. Ah caro amico, voi mi onorate, voi mi colmate di con- solazione. Vi amo, vi stimo, eccovi in quest’abbraccio un sincero segno dell’amor mio.

Barone. Conte, poss’io avanzarmi a domandarvi una grazia?

Conte. Chiedete pure; che non farei per un cavaliere si degno )

Barone. Permettetemi ch’io possa accompagnarvi a Torino.

Conte. No, scusatemi: questo è quello ch’io non vi posso per- mettere.

Barone. Per qual ragione?

Conte. Stupisco che non la vediate da voi medesimo. Un padre onorato non ha da condurre la propria figlia allo sposo, col- r amante al fianco.

Barone. Io non intendo venirvi che col carattere di vostro amico.

Conte. E ancora troppo indiviso l’amico del padre, e l’amante della figliuola.

Barone. Sono un cavaliere onorato.

Conte. Se tal siete, appagatevi della ragione.

Barone. E bene, s’io non verrò con voi, non mi potrete vietare, ch’io vi seguiti di lontano.

Conte. Potrò fare in modo per altro, che non restiate in Torino.

Barone. Come?

Conte. Partecipando alla Corte la vostra pericolosa insistenza.

Barone. Voi mi siete dunque nemico; voi mi giuraste falsamente amicizia per adularmi.

Conte. Voi piuttosto cercate d’addormentarmi con ingannevoli proteste d’indifferenza.

Barone. I pari miei non mentiscono.

Conte. 1 pari vostri dovrebbono conoscer meglio il proprio dovere.

Barone. Il mio dover lo conosco, ed insegnerò a voi ad usar il vostro.

Conte. L’ardire con cui vi avanzate a parlarmi, è prova ma- nifesta del ^vostro mal animo, e della vostra indegna passione.

Barone. Non è cavaliere chi pensa male de’ galantuomini.

Conte. Son cavaliere, e non mi pento de’ miei sospetti.

Barone. Rendetemi conto dell’ingiuria che voi mi fate.