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L'OSTERIA DELLA POSTA 239


simo anche da mangiar soli, quando vi è un buon bicchier di vino, non passeremo mal la giornata. (parte)

SCENA III.

Il Marchese solo.

Bravo il signor tenente. Egli è sempre di buon umore. Non so se ciò sia per grazia del temperamento, o per privilegio del suo mestiere. Quanto volentieri avrei calcata anch’io la strada del militare! Ma son solo di mia famiglia, è necessario ch’io mi mariti. Hanno a sdegno i parenti miei ch’io goda la mia dolcissima libertà, e mi conviene sagrificarla. Sia almeno il mio sagrifizio men aspro e meno pericoloso. Voglia il cielo, che una sposa amabile e di mio genio mi faccia sembrar leggiera la mia catena. Ah sì, quantunque di oro, quantunque arricchita di gemme, o adornata di fiori, è però sempre catena. La libertà è superiore ad ogni ricchezza, ma vuole il destino che si assoggetti alle leggi della natura, e contribuisca colle proprie sue perdite al bene della società, alla sussistenza del mondo. (entra nella sua stanza)

SCENA IV.

La Contessa, poi il Cameriere.

Contessa. Ehi, Cecchino. (stando sulla porta della sua camera) Cecchino. (chiamando più forte) Costui manca sempre al servizio; non può stare alla soggezione. Mio padre, stravagante in tutto, è stravagante anche in questo; soffre un servitore il più trascurato del mondo. Converrà ch’io esca, se voglio... Ehi! chi è di là, c’è nessuno?

Cameriere. Comandi.

Contessa. Dov’è il nostro servitore?

Cameriere. È giù che dorme disteso sopra una panca, che non lo desterebbono le cannonate.