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di Madama Gatteau» (Giorn. It., 1 genn. 1907). - E nel 1910, dopo una recita dello Zago nello stesso teatro: «Il pubblico applaudì tutto, tutti, tutte. Innanzi a ogni cosa il capolavoro: lo conosceva: ma lo si conosce mai abbastanza? Ogni volta che si rappresenta o si legge non vi si scoprono nuove bellezze, nuove perfezioni? Noi sappiamo che questa commedia è una pagina eloquente e commovente di storia letteraria, [ «una pagina autobiografica del G.» disse anche Maria Ortis, G. e la comm. dell’arte, in Cultura, 1 nov. 1912] che nel personaggio di Anzoleto il Goldoni s’è ritratto quando stava per abbandonare la sua Venezia.... Ma a parte questi ricordi che non ci permettono d’ascoltare senza emozione le parole di tenerezza filiale che Anzoleto rivolge alla patria adorata... a parte queste memorie che concedono alla piacevolissima commedia borghese alcun che di lirico e di passionale. Una delle ult. sere ha un valore artistico senza pari, insegnandoci quello che dev’essere il nostro teatro e non è ancora: un teatro puro, semplice riproduzione della vita, senz’artifizi, senza meccanismi, senza intrecci arbitrari». Lodò pure gli attori, sopra tutti Emilio Zago che «iersera figurava il Momolo manganer, quel Momolo allegro, spensierato, buon diavolo, cortesan amabile, che sa prendere la vita dal suo lato migliore, un tipo che il Goldoni usava accarezzare, perchè rappresentava, almeno in parte, quello ch’egli era stato nella sua giovinezza avventurosa e gioconda». «La scena del giuoco della Meneghella e quella divina che la segue fra Domenica e Madama Gateau, e che chiude il secondo atto, parvero quasi risuscitare gli entusiasmi della storica rappresentazione: Domenica era la Marussig, briosa, graziosa, ardita, pungente, e Madama Gateau la Borisi, comicissima col suo linguaggio mezzo francese e mezzo italiano» (Giorn. II., 28 marzo 1910). Anche nel discorso che tenne nel teatro Goldoni a Venezia la sera solenne del 25 febbraio 1907, l’Oliva rievocò l’addio di Anzoleto «alla città natale, semplice, senza frasi, eppure tanto eloquente e vibrante» e l’addio dei Veneziani al Goldoni. Renato Simoni per mostrare tutta l’arte del dialogo goldoniano, citò nel Marzocco le prime parole di Zamaria nella prima scena della commedia e così commentava: «Si può trovar più fresca e più deliziosa pittura d’ambiente? Quei tre tronchi che finiscono il periodo come lo scaldano di un piccolo fervore gioioso, così stretti, così incalzanti, mi sembrano saltellanti, ebbri di grazia e di felicità. Aprono la commedia con una musichetta conviviale nella quale tutti i personaggi si muoveranno con una gentilezza incantevole. E tutta la commedia, iniziata così, è armonica al principio. La scelta delle parole, degli aggettivi è cauta diligente raffinatissima. La gioia placida è espressa con certi diminutivi che paiono restringere la scena, gli avvenimenti, le passioni, a un cerchio discreto ben protetto dalle passioni della vita» (G. e il dialetto, in Marz. 25 febbr. 1907). Altre opportune citazioni con altri sagaci commenti fece dalla scena XI dell’atto 1° e dalla V dell’atto 2°. - Ma tale ammirazione non condivide Attilio Momigliano, il quale osservò, studiando acutamente il Mondo poetico del Goldoni: «Quante volte la sua commedia si regge sulla chiacchiera! Si pensi al principio di Una delle ult. sere» (L’Italia Moderna, V, fasc. 5, 15 marzo 1907). Tullo Massarani si accontentò di notare in questa commedia la «nota melanconica che si tramesce alla solita facile allegria» (Storia e fisiologia dell’arte di ridere. III, Firenze, 1911. p. 150). Anche il più re-