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Sc. X). Mettete ora d’accordo, se vi riesce, lo Schedoni della pagina citata con lo Schedoni della pag. 218 (ibid.), allorchè trattando del «protagonista vizioso» loda a cielo il commediografo veneziano per avervi esaltata la buona madre, e posta la cattiva come episodio. Sta bene; ma non è ad un tempo l’esaltamento dell’amor materno che fa prorompere quella buona in tanti vezzi superlativi quando parla della sua creatura; vezzi che anche al nostro Molmenti, ma a torto, parvero «tirate declamatorie?» (C. G. Studio Venezia, Ongania 1880 p. 112).

Per me intanto non solo la protagonista è tratta dall’intimo di quell’esistenza ch’è pur la nostra, sempre la stessa in ogni tempo e in ogni luogo; ma Nicoletto, il figliuolo viziato; Agnese, la vedovella smaniosa di nuovo marito, che pur d’averlo s’attacca a quel bricconcello; la servetta ciarliera che confessa d’esserlo con una sincerità deliziosa (cfr. Merlato, Servette goldoniane, ne La Vedetta Fiume 25 febbr. 1907); la Daniela, povera ragazza onesta, che, dice bene il Caprin, «come Rosina nel Ricco insidiato, tenta di accaparrarsi con i vezzi un po’ di marito benestante» (C. G. La sua vita, le sue op. Milano, Treves 1907 p. 262); Lodovica, sua madre, un tipo di scroccona che precorre la mamma educatrice del Giusti; il vecchio Lunardo che malgrado gli acciacchi, è tuttora vago di femmine; i personaggi tutti insomma vivono d’una vita reale e non fittizia, sono macchiette sbozzate con mano maestra; e arguzie, sali e proverbi del popolo veneziano scoccano dalla loro bocca ch’è una delizia l’udirli.

Per queste ragioni certamente il Sindaco nostro, co. Filippo Grimani, in cui non so se più prevalga lo spinto di venezianità o la cortesia de’ modi, nel discorso tenuto in occasione del secondo centenario della nascita del poeta, noverava giustamente la Buona madre tra le commedie goldoniane «che rallegrano e commuovono, ma insieme sono elemento di educazione e di civiltà» (Gazz. di Venezia 25 febbr. 907); Gino Damerini, sebbene notasse anch’egli che il tipo di Barbara «suscita oggi una fuga di sorrisi maliziosetti per un eccesso d’ingenuità inverosimili», in che, per quanto già dissi, non convengo, la giudicava «tra le più pungenti per verismo, e le più audaci per scene piccanti» (ibid. 8 febbr. ’907); Giulio Piazza, altro critico di vaglia, stimavala «tra le più vive e briose commedie di Goldoni» (Il Piccolo Trieste 8 febbr. 1910).

Nessuna maraviglia quindi le si rendesse nel secolo scorso maggiore giustizia che nel precedente; infatti la si diede in Bologna al Marsigli-Rossi dai Filodrammaturgi nel carnevale 1815 (Cosentino, Un teatro bol. del sec. XVIII p. 222); l’aveva nel suo repertorio la Comp. Sarda (Costetti, Comp. R. Sarda p. 171); altre recite registra il Sabalich a Zara nel ’58 e nel ’66 (Dalmata 27 febbr. 1907); e così a Trieste più volte, e in altre città.

Ma per restringerci a Venezia, se appena tre rappresentazioni ci sono note del "700, cioè 9 dic. ’95, 12 e 13 genn. ’96 al teatro di S. Cassiano col titolo: Sior Nicoletto mezza camisa (Gazz. urb. ven.), eccovi un lungo elenco di quelle datesi in seguito:

1802, 13 febbr., S. Luca, comp. Fabbrichesi e Gnocola (Giorn. dei t. com. di Velli e Meneghetti).

1803, 2 ott., S. Giov. Grisostomo, stessa comp. (ibid).

1804, 8 dic, S. Samuele, comp. Fabbrichesi (ibid.).