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LA DONNA DI MANEGGIO 207

Giulia. (Sento che la testa mi si riscalda). Io dunque posso andarmene quando voglio.

Properzio. Maraviglio dunque: è padrona.

Giulia. Fabrizio, andiamo. (si alza sdegnosa)

Properzio. Mi lasci qui il segretario.

Giulia. Lo vuol per lei?

Properzio. Se me lo permette! (con riverenza)

Giulia. Anzi; si serva pure. Ella è il padrone; io in casa non conto nulla. Non posso compromettermi d’altro da lei, che di riverenze sguaiate e di complimenti stucchevoli. Tiriamo innanzi, fin che si può. Ma pensi bene, signore, che se un giorno arriverò a dire risolutamente un dunque, sarà un dunque che le porrà la testa a partito. (parte)

SCENA V.

Don Properzio, Fabrizio ed Orazio.

Properzio. Pah! Teh! Ih! Uh! Ha creduto di spaventarmi. Segretario, scrivete. (siede)

Fabrizio. (A buon vederci a mezzogiorno sonato).

Properzio. Molto illustre e colendissimo Signore, e Signore e Padrone venerandissimo. (detta adagio e pensando)

Fabrizio. (Un formulario alla moda). (con ironia)

Properzio. Ehi! che nome avete? (ad Orazio)

Orazio. Orazio, per obbedirla.

Properzio. La patria?

Orazio. Romano, per obbedirla.

Properzio. Volete impiegarvi?

Orazio. Per obbedirla.

Properzio. Avete fatto? (a Fabrizio)

Fabrizio. Per obbedirla. (imitando Orazio)

Properzio. Scrivete. Napoli, li 24 Decembre 1760.

Fabrizio. Ho fatto.

Properzio. Mi do l’onor di rispondere al di lei veneratissimo foglio.

Fabrizio. (Scrive.)