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giero con la destrezza, ma però con riguardo. Tanto più spicca la ruvidezza degli uomini, quanto più le donne sono moderate, nè richiedono oltre il dovere.

Vedesti mai scena di artificio, che uguagli quella in cui si trovano a sedere dall’una parte Canziano e il Conte e dall’altra Marina e la moglie di Canziano, ordigno principale di tutta l’azione?1 In essa col tacere a tempo or delle due donne, or de’ due uomini e col dividere il dialogo, puoi dire, col compasso, vengono informati attori usciti di nuovo delle cose passate nella metà dell’atto primo, senza ripeterle all’udienza, e si apre la strada all’avanzamento del nodo. Tali scene non le fanno se non i periti maestri che soli le possono mettere ad esecuzione senza imbrogliare sè nello scrivere e i recitanti nella rappresentazione». Uditelo ancora: «Lo stile è colto e senza espressioni plebee o idiotismi vili. Sali e parlari urbani frizzano di continuo, e soprattutto sono festive le ultime scene dell’atto secondo, ove si conoscono per la prima volta i due giovani che si devono sposare. Nota il modo di far cavare la maschera a poco a poco; come l’Autore va per gradi, e quanto graziose malizie fanno quella scena brillare; e vedi in qual breve tempo nascono speranza, tema, diletto, romori, e con quant’arte si rinnova l’aspettazione per l’atto terzo, in cui finalmente cedono i Rustici per necessità e sì a stento, che vedi i Rustici obbligati a cedere dalla circostanza, non da cambiato carattere» (l. cit.).

Quanta serenità e gentilezza in confronto all’agro-dolce sentenza del fegatoso conte Carlo suo fratello, che non si peritava asserire «aver sempre consigliato il Goldoni a ristringersi alla bassezza (sic!) de’ Pettegolezzi delle donne, delle Femmine gelose della signora Lucrezia, della Putta onorata, della Bona muger, de’ Rusteghi, de’ Toderi brontoloni, e di consimili argomenti proporzionati alla sua vena, ne’ quali egli aveva un’abilità indicibile d’innestare tutti i dialoghi in dialetto veneziano, che ricopiava con immensa fatica manuale nelle famiglie del basso popolo, nelle taverne, a’ tragitti, ne’ caffè, e ne’ più nascosti vicoli di Venezia, divertendo moltissimo ne’ Teatri con un mendicume di verità...» (Mem. inut. I, 280), e via via di questo passo con altrettali trappolerie. Ma se la gloria maggiore di Goldoni sta appunto, ripetiamolo con Augusto Franchetti «nell’attitudine a ritrarre artisticamente la vita popolare della sua patria d’origine! Le baruffe di Chioggia e i pettegolezzi dei campielli veneziani, rusteghi, morbinose, massere, done de casa soa ebbero nel Goldoni il loro Callotta!» (nel breve ma sugoso articolo: Gran Goldoni! inserito nel Numero unico Venezia 20 die. 1883).

Domenico Gavi intanto «giurerebbe che più animata e viva cosa di questi Rusteghi non possa formarsi» (Della vita di C. G., p. 187). Meneghezzi domanda «chi potrebbe cessar di laudare questa bellissima commedia ove niuna bassezza» (a proposito delle bassezze scovate da Carlo Gozzi!) «riscontrasi nel dialogo sempre animato, sempre frizzante (Della vita e delle opere di C. G., p. 124). Il Guerzoni ne porge una minuta analisi riportandone scene intiere, e concludendo che i Rusteghi resteranno una delle miniere più ricche di sali e di vis comica, uno degli esemplari più illustri della buona commedia di carattere» (Il teatro ital. nel sec. XVIII, p. 241). Sembra al

  1. È la scena IX dell’atto I.