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sposa s’esaurisce per loro nell’importo della dote, e guest’importo s’esagera fantasticamente quando con la voce dell’oro si voglia legare a se la servitù che minaccia di lasciare la casa in rovina. L’interesse guida tutti e tutto. Di parenti, da cui si spera ereditare, discorrono col disamore più volgare. Ben s’intende come in mezzo a tal gente viva e prosperi un Don Marzio redivivo, ribattezzato da Brigida, per un difetto di più, cavalier del dente... Mondo corrotto e corruttore, contro il quale lottano inutilmente il buon senso popolano d’un camenere e la saggezza borghese di Fulgenzio. Erano tristi, incresciosi i soggetti che il poeta realista ritraeva, ma la bonaria e fine sua arguzia ne mitiga il disgusto e costringe chi ascolta al sorriso. «Rideva dei vizi, ma senza quella malignità che ci fa ribellare, bensì con un palpito di bontà, quasi paternamente...» (Pellizzaro, La vita e le opere di C. G., Livorno, 1914, p. 48).

Buona parte dei critici goldoniani, vecchi e nuovi, esalta questa trilogia tra i prodotti più felici del Nostro. Così il Prölss (Gesch. d. neueren Dramas, 1881), C. M. Phillimore (Studi di letterat. ital., 1900). il Masi (Lettere di C. G., 1880, p. 52), il Malamani (Nuovi appunti ecc., Venezia, 1887, p. 41), Ferdinando Martini (Pagine raccolte, 1912, p. 25), il Magnanelli (Studio della vita, dell’indole e delle opere di C. G., Foligno, 1909, p. 27), il Del Cerro (Nel regno delle maschere, Napoli, 1914, p. 342), Dino Provenzal (Dizionarietto degli scrittori italiani, Livorno, 1914, p. 47). Insieme ad altre, le migliori del Goldoni, queste tre della Villeggiatura — scrive il Ciampi — sono «gemme si splendide che non temono paragone di bellezza sia con antichi sia con moderni autori» (La commedia italiana, 1880, pp. 234, 235), e il Caprin: «deliziosa trilogia della Villeggiatura» (C. G. La sua vita. Le sue opere, Milano, 1907, p. 301), il Giovagnoli: «le tre stupende commedie della villeggiatura» (Carlo Goldoni, Roma, Tonno, 1890, p. 3), il Targioni-Tozzetti: «tra le più perfette cose del Goldoni» (Le Villeggiature. Firenze, editore L. Rasi, 1911, p. LXXXII), Federico Pellegrini: «l’immortale trilogia» (Gaspare Gozzi, Venezia, 1913, p. 37), Domenico Oliva: «divina trilogia» (Note di uno spettatore, Bologna [1911], p. 6), Antonio Pilot: «mirabile trilogia» (artic. cit.). Comprende il Meneghezzi queste Villeggiature tra i quadri della umana società più «vivamente dipinti» (Della vita e delle opere di C. G., Mil., 1827, p. 119). Con magniloquente metafora Leopoldo Klein le scorge «tra i frutti d’oro che il Goldoni versò dalla sua cornucopia» (Gesch. d. ital Drama’s, 1860, vol. VI, p. 455), e il Royer avverte: «Les meilleures comèdies de Goldoni dans ce genre de reproductions des moeurs locales sont ses quatre pièces sur la manie des Italiens du XVIII siècle pour la villegiature» (Hist. univ. du thèatre, Paris, 1870, vol., IV, p. 290), ma male gliene incoglie che il nostro Carrera, di tutt’altro parere sembra, gli rinfaccia questa sua lode come «una delle cento corbellerie da lui affastellate sul teatro italiano» (C. G. a Torino, 1886, p. 24). «Piacevolissime le Villeggiature» nota il Sismondi. Il ridicolo dell’ostentazione gli par colto ottimamente. Si meraviglia però il fegatoso storico ginevrino che «in un paese dove si mette così poco studio a comparir stimabili agli occhi altrui (!), tanto se ne metta a parer ricchi» (Trattato della letteratura italiana ecc., Milano, 1820, vol. II, p. 135).

La vita che palpita in questa quasi «epica» trilogia ispira a Vernon Lee una deliziosa visione, della quale mi piace animare questa nota: