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IL BUON COMPATRIOTTO 393

Leandro. Io mi riporto a quello dirà la signora Isabella.

Isabella. Starò in attenzione di quello saprà dire il signor Leandro.

Leandro. Signora, in quanto a me mi chiamerei fortunato se fossi degno dell’amor vostro.

Isabella. Sarei troppo ingrata, se mi abusassi della vostra bontà.

Leandro. Mio padre mi fa sperare il dono della vostra mano.

Isabella. Ed io obbedisco di buona voglia al mio genitore, offerendovi la mano ed il cuore.

Leandro. Temo non esser degno di tanta grazia, perciò vi chiedo umilmente una sicura testimonianza.
(Dottore e Pantalone: loro maraviglie mute.)

Isabella. Che poss’io fare per assicurarvi dell’amor mio?

Leandro. Accettare la destra ch’or vi offerisco.

Isabella. Sono prontissima ad aggradire l’offerta, (si danno la mano, e vorrebbero lasciarla.)

Pantalone. Fermeve là. Diseu dasseno? (fa che si tenghino la mano)

Isabella. Io non ischerzo, signore.

Dottore. (A Leandro, se dica anche lui davvero.)

Leandro. Mi pare che così non si burli.

Pantalone. Bravi, sposeve.

Dottore. (Gli fa coraggio.)

Leandro. La signora Isabella è mia moglie.

Isabella. Il signor Leandro è mio marito.
(Dottore e Pantalone si consolano. Brighella anche lui.)

SCENA XX.

Costanza e detti.

Costanza. Me consolo anca mi. Magari anca mi: ancuo ela, e doman mi.

Isabella. Grazie, signora Costanza. Prego il cielo che voi pure siate contenta.

Costanza. Me rallegro del bel novizzo. Altro che sior Ridolfo! L’ha fatto ben a andar via, e de portar la spuzza lontan de qua.