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296 ATTO SECONDO

Bernardino. Vi prego di salutare il signor Filippo per parte mia.

Leonardo. Se non rimedio, signore, alle mie disgrazie....

Bernardino. E ditegli che me ne congratulo ancora con esso lui.

Leonardo. Signore, voi non mi abbadate.

Bernardino. Sì, signore, sento che siete lo sposo, e me ne consolo.

Leonardo. E non mi volete soccorrere?....

Bernardino. Che cosa ha nome la sposa?

Leonardo. Ed avete cuore d’abbandonarmi?

Bernardino. Oh! che consolazione ch’io ho nel sentire che il mio signor nipote si fa sposo.

Leonardo. La ringrazio della sua affettata consolazione, e non dubiti che non verrò ad incomodarla mai più.

Bernardino. Servitore umilissimo.

Leonardo. (Non ve l’ho detto? Mi sento rodere; non la posso soffrire). (a Fulgenzio, e parte)

Bernardino. Riverisco il signor nipote.

Fulgenzio. Schiavo suo. (a Bernardino, con sdegno)

Bernardino. Buondì, il mio caro signor Fulgenzio.

Fulgenzio. Se sapeva così, non veniva ad incomodarvi.

Bernardino. Siete padroni di giorno, di notte, a tutte le ore.

Fulgenzio. Siete peggio d’un cane.

Bernardino. Bravo, bravo. Evviva il signor Fulgenzio.

Fulgenzio. (Lo scannerei colle mie proprie mani). (parte)

Bernardino. Pasquale?

Pasquale. Signore.

Bernardino. In tavola. (parte.)

SCENA VII.

Camera in casa di Filippo.

Giacinta e Brigida, poi il Servitore.

Brigida. No, signora, non occorre dire: dirò, farò, così ha da essere, così voglio fare. In certi incontri non siamo padrone di noi medesime.

Giacinta. E che sì, che in un altro incontro non mi succederà più quello che mi è succeduto?