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L'IMPRESARIO DELLE SMIRNE 229

Tognina. No, signor Conte...

Annina. Non vada in collera.

Maccario. Non ci abbandoni...

Pasqualino. Per me l’assicuro che non ho parlato con chicchessia.

Lasca. Sentite. Io son buono per natura; mi fate compassione, e voglio anche perdonare una debolezza. Mi spiacerebbe che perdeste quest’occasione; specialmente il povero Carluccio...

Carluccio. Io non dico ch’io non andassi volentieri alle Smime, per vedere que’ paesi nuovi, que’ turbanti e que’ mostacci, ma finalmente, se vogliono un buon soprano, non saprei dove potessero cercarne un altro.

Lasca. È possibile che non vogliate moderare questa vostra prosunzione?

Carluccio. L’umiltà è bella e buona, ma qualche volta bisogna che rendiamo giustizia a noi medesimi.

Lasca. E quando lo fate da voi medesimo, impedite agli altri di farlo.

Annina. Non ci perdiamo in queste dispute inutili, poichè il signor Carluccio, quando principia, non la finisce mai.

Tognina. Sì, parliamo di quello che preme. Il Turco verrà egli da me?

Lasca. Se lo prego, spero non mi dirà di no.

Annina. E da me lo farà venire?

Lasca. Se la signora Tognina il consente, voi potete aspettarlo qui.

Annina. Oh signor no, davvero. Io non ho niente che far con lei. Se il Turco vuol sentirmi, ha da venire da me. Ho anch’io, per grazia del cielo, una casa assai propria, che un principe vi potrebbe venire. Ho un buon clavicembalo. Vi è la mamma, vi è mio fratello; e non voglio farmi sentire fuori di casa.

Tognina. (Che maledetta superbia! non la posso soffrire).

Annina. Ha capito, signor Conte?

Lasca. Ho capito.

Annina. E che cosa dice?

Lasca. Dico che fate tutto quel che volete, che poco o nulla m’importa.