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444 ATTO PRIMO
Rosalba.   Signor no.

La vostra cortesia me l’ha guarito. (via)
Rigadon. (Medicato ho il suo male, anch’io lo so.
Ama di Filippin la compagnia,
E il mezzano innocente a loro io fo).
Felicita. Serva, signor maestro.
Rigadon.   Andate via?
Felicita. Signor no, se c’invita a desinare.
Ricusarlo sarebbe scortesia. (via)
Rigadon. Sì sì, quando si tratta di mangiare.
Felicita è cortese. Io mi confido
Nel conte Anselmo. Il manderò a avvisare.
Ei che di generoso aspira al grido,
Manderà da pranzar per tutti noi,
In grazia di colei, ch’è il suo Cupido.
Ora, signora mia, sono con voi.
Compatite di grazia. (a Lucrezia)
Lucrezia.   Eh sì signore:
Ognun far deve gl’interessi suoi.
So che voi siete un uomo di valore,
Ho una figlia che balla, e bramerei
Che in grazia vostra si facesse onore.
Son nata bene, e se i parenti miei
Non mi avessero tutti abbandonata,
In carrozza coi paggi andar potrei.
Per mantener la figlia mia onorata,
E fuor d’ogni pericolo del mondo,
Sul teatro ballar l’ho consigliata.
La pura verità non vi nascondo;
Ha la mia figlia abilità infinita;
Ma a pagar il maestro io mi confondo.
Se vedeste, signor, che bella vita!
Che grazia, che beltà, che portamento!
E quel che stimo, non è figlia ardita.
Quando potei, per suo divertimento