Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/366

360

e nella novella di Spagna, e ancora più nel romanzo di Francia e d’Italia noi potremmo rintracciare facilmente i singoli elementi della Donna forte, ma tutta insieme la composizione uscì proprio dalla fantasia del Goldoni, come poteva uscire da quella dell’ab. Chiari. L’Incognita, il Padre per amore e la Donna forte non sono più commedie, e aspirerebbero alla compagnia degli Enrichi, delle Griselde e delle Ircane, se non vi mancasse la finzione storica o la finzione orientale.

La D. f. è un romanzo di cattivo gusto del Settecento, sul tipo di certi drammacci e di certi romanzacci dell’abate bresciano. Di quelle donne forti che sfuggono dalle mani dei seduttori saltando dalla finestra, di quegli innamorati bestiali, di quei persecutori imbecilli, di quei mariti gelosi, di quei servitori fedeli e così via, abbiamo lunga conoscenza: quella società stravagante, che ci richiama con un sorriso al teatro dei burattini, è il mondo poetico di Pietro Chiari a Venezia, e sarà poi quello di Francesco Cerlone a Napoli, il cattivo genio, il bisogno di novità e qualche effimero trionfo del rivale ostinato, sul teatro di Sant’Angelo, ricacciavano certe volte il meraviglioso «pittore della natura» verso le più inverosimili e più false visioni. Onde un contrasto curioso nell’opera del nostro commediografo, attirato fin dall’inizio da un desiderio impotente a descrivere passioni immaginarie, estranee e ignote del tutto al proprio animo. Ecco qui il dramma del tradimento e della gelosia. Basta pensare un solo istante a Jago e a don Fernando, a Otello e al Marchese, per es. nella 3.a sc. del III.o a., per capire dove si arresti l’arte creatrice di Carlo Goldoni: e non occorre spingere il raffronto a Cassio e al conte Rinaldo, a Desdemona e alla Marchesa. Ben è vero che il dottor veneziano non aveva letto Shakespeare, ma conosceva almeno la Zaira (1732) di Voltaire.

L’unico personaggio comico, fra tante figure ridevolmente tragiche, è Prosdocimo, «un capitano dell’acqua più pura» come dice il Maddalena, «in abito di confidente» (Figurine gold.: Capitan Fracassa, Zara, 1899, p. 11). Come mai il matamoros sia tornato dal mondo delle ombre per allogarsi quale sicario presso don Fernando, non si capisce: pare una bizzarria del Goldoni per sfidare ancora più l’inverosimiglianza; ma il ricordo del teatro dell’arte basta a rallegrare la fantasia del poeta, e quella caricatura, benchè manchi di novità (R. Schmidbauer, Das Komische bei G., Mŭnchen, 1906, p. 145-6), riusci l’unica cosa un po’ viva nella Donna forte.

Eppure anche la D. f. trovò i suoi ammiratori. Ferdinando Meneghezzi ne lodò gli insegnamenti morali e la citò alla rinfusa, fra la Sposa sagace e le Donne de casa soa, insieme con altri «capi d’opera di bellezza e di finezza» a cui nuoce soltanto il verso (Della vita e delle opere di C. G., Milano, 1827, pp. 156 e 169). Lo Schedoni, naturalmente, approvò di tutto cuore il trionfo dell’innocenza oppressa e dell’onore insidiato (Principii morali del teatro ecc., Modena, 1828, p. 64). il Montucci le fece posto nella sua Scelta stampata a Lipsia nel 1828. Può parere più strano che in tempi recenti il Mantovani nel libro citato giudicasse questo informe tentativo «una delle composizioni» goldoniane «più prossime al dramma moderno nel pensiero nel sentimento nella struttura» (p. 38). Alcune scene additò Carlo Dejob, quella p. es. tra la Marchesa e don Fernando nell’a. II, ma tosto avverti che «la pièce malheureusement tourne ensuite au mélodrame» (Les femmes dans la comédie etc.