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338 ATTO QUARTO
Alla quiete, al riposo apritemi il cammino.

Ma no, fino ch’io viva, pianger dovrò il mio fato.
Pace trovar non spero, morirò disperato. (parte)

SCENA II.

Don Fernando, poi Prosdocimo.

Fernando. Favorisce il disegno la mia fortuna, il veggio;

Ma la prospera sorte forse sarà il mio peggio.
Non mi cal d’incontrare i precipizi un dì.
Bastami rivedere quel bel che mi ferì.
Prosdocimo. (Eccolo qui davvero. Troverò un’invenzione
Per conseguir l’effetto della sua promissione).
Fernando. Prosdocimo, che rechi? Fabrizio hai ritrovato?
Prosdocimo. Zitto, nessun ci senta.
Fernando.   Cosa fu?
Prosdocimo.   L’ho ammazzato.
Fernando. Bravo; ad un’altra impresa destino il tuo valore.
Hai da uccidere un altro.
Prosdocimo.   Un altro? Sì signore.
Come ho ammazzato quello, ne ammazzerò anche cento.
Datemi i sei zecchini. (Di perderli pavento).
Fernando. Dimmi, come facesti ad eseguir l’impresa?
Prosdocimo. Lo trovai ch’era solo; promossi una contesa.
Col mio solito caldo la rissa ho provocata.
Egli rispose ardito, gli diedi una guanciata.
Tosto si venne all’armi; lo stesi in sulla strada;
L’ammazzai sul momento.
Fernando.   Ma dov’è la tua spada?
Prosdocimo. La spada mia... gli diedi colpo sì maladetto,1
Che restò fino al manico di quel meschino in petto.

  1. Così l’ed. Pitteri. Nelle edd. Guibert-Orgeas, Zatta e altre leggesi: gli diedi un colpo maledetto.