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252 ATTO QUARTO

SCENA VII.

Il Cavaliere, poi il Signor Giacinto, poi quattro Armati.

Cavaliere. Fabrizio è spiritoso; spero che a perfezione

Sosterrà con bravura lo scherzo e la finzione.
Giacinto. Eccomi, Cavaliere, a udir quel che bramate.
Cavaliere. Ora che noi siam soli...
Giacinto.   Con permission. (al Cav.) Entrate.
(agli armati, che entrano)
Cavaliere. In casa mia, signore, ogni sospetto è vano;
Venero i suoi guerrieri, m’inchino al capitano.
Per meditare insidie spirto non ho sì audace;
Pace e amicizia io chiedo, v’offro amicizia e pace.
Giacinto. So perdonar gl’insulti, anch’io son cavaliere;
Basta che gli altri sappiano far meco il lor dovere,
Cavaliere. In quanto a me, signore, desio d’assicurarvi,
Che bramo ad ogni costo la via di soddisfarvi.
La dama è già pentita, vi offre la mano in dono,
Il di lei genitore vuol chiedervi perdono.
Don Paolino istesso trema dalla paura;
Di aver la vostra grazia col mezzo mio procura.
Ed io, pria di vedervi pien di rabbiosa smania,
Vorrei aver la febbre, la gotta o l’emicrania.
Giacinto. Tutto saprò scordarmi in grazia di un amico;
Vuò perdonare a tutti, sull’onor mio vel dico.
Cavaliere. Oh bontade, oh clemenza di un amico sovrano!
D’un eroe sì pietoso voglio baciar la mano.
(vuol prenderlo per la mano)
Giacinto. Oh, non voglio. (si ritira)
Cavaliere.   Lasciate. (come sopra)
Giacinto.   No certo. (come sopra)
Cavaliere.   Mio signore.
(come sopra, incalzandolo)
Giacinto. Amici. (raccomandandosi agli armati per paura)