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122 ATTO PRIMO
Ferrante. Data ho la mia parola, e mantenerla io voglio.

Dorotea. Mantenetela pure.
Fabrizio.   Non voglio una disgrazia.
Rinaldo. Ma via, cara consorte...
Dorotea.   Tacete, malagrazia.
Roberto. A costo d’ogni cosa, signor, chiedo perdono,
Voglio la mia Cammilla. (a Fabrizio)
Fabrizio.   Taci, tuo padre io sono.
Gaudenzio. Ora un pensier mi viene, comunicarlo io voglio;
Se questo non vi comoda, può lacerarsi il foglio.
Prendasi per la dote un anno di respiro,
E intanto la fanciulla si metta in un ritiro.
Dorotea. Bravo, signor Gaudenzio, vada in un altro loco,
E aspettino anche un secolo, che me n’importa poco.
Ferrante. Povera la mia figlia! perchè andar rinserrata?
Ma via, pur che s’accomodi, che sia sagrifìcata.
Voi, genero, soffrite l’incomodo di un anno.
Roberto. Pazienza; sarò pronto a tollerar l’affanno.
Fabrizio. Concludasi una volta.
Gaudenzio.   Su via, sottoscrivete.
A voi, signor Ferrante: la dote promettete;
Ed il signor Rinaldo ne sia manutentore.
Dorotea. Manutentor Rinaldo? V’ingannate, signore, (s’alza)
Rinaldo è mio marito. Fin che sua moglie vive,
Contratti, obbligazioni affè non sottoscrive. (a Gaudenzio)
Andiam, venite meco, vi ho da parlar di cosa
Di questo bel contratto assai più premurosa. (a Rinaldo)
Con licenza, signori; senza di lui potete
Prometter, sottoscrivere, concluder se volete.
L’illustrissimo padre può dispor da sè solo.
Senza dell’illustrissimo Rinaldo suo figliuolo.
Presto, venite meco; la cosa è importantissima;
Non mi fate arrabbiare. Serva di vossustrissima.
(a Ferrante, e parte; poi a suo tempo ritorna)