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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/92

86 ATTO QUINTO

Marianna. Chi tel disse?

Carolina.  Egli stesso. Carolina amorosa,
Dissemi giubilante, da queste soglie andando:
Consola la mia sposa, a te mi raccomando.
Vengo per consolarvi...
Marianna.  La sposa mia consola?
Senti, che frase è questa? che barbara parola?
Dovendo restar sola, misera, abbandonata,
A te si raccomanda, perch’io sia consolata.
Carolina. Spropositi, signora; soggiunge, che in Olanda...
Marianna. Il zio per mia sfortuna, che barbaro comanda,
Dissemi in chiare note: me abbandonar volete?
No, barbara nipote, di qui non partirete.
Carolina. E bene; monsieur Guden dissemi presto presto:
Più in Polonia non torno, qui colla sposa resto.
Marianna. Possibil che sia vero?
Carolina.  Vero, ve l’assicuro.
Marianna. Ora del zio comprendo quel favellare oscuro.
Pietosissimo zio, caro fedel amante,
Oimè, che di dolcezza l’alma mia è delirante;
Sostienmi, Carolina, ahi mi par di morire.
Carolina. Vengono le fanciulle; non vi fate sentire.

SCENA VII.

Madama Elisabetta, madama Federica, madama Giuseppina e le suddette.

Elisabetta. Ma voi ci abbandonate.

Marianna.  Scusatemi di grazia.
(con agitazione)
Federica. Siete molto agitata.
Giuseppina.  Oimè! qualche disgrazia?
Carolina. Ha avuto tal disgrazia per sua mala fortuna,
Che simile vorreste averne una per una.
Marianna. Via via, parliamo d’altro. Amiche, perdonate
Se troppo lungamente vi ho quasi abbandonate.