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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/58

52 ATTO TERZO

" Muoiono tutti due, poi tutti due rinati,

" Con quei che li alimentano, son per usanza ingrati;
" Volete voi conoscerli? Van sempre ad uno ad uno;
" Son tutti due per tutto, e non li vede alcuno.
Marianna. Oh madama, è impossibile ch’io giunga ad ispiegarlo.
Federica. Io non l’ho inteso bene.
Elisabetta.  Tornerò a replicarlo.
(torna a dire l’enigma)
Giuseppina. Tante cose contrarie confondono la mente.
Elisabetta. Se non fosse difficile, non valeria niente.
Marianna. Zitto, zitto, mi pare aver dato nel segno.
Sarebbero, per sorte, e l’amore e lo sdegno?
Elisabetta. No, madama; per altro ammiro che pensiate
Essere i due gemelli due cose inanimate.
Federica. Spiegatelo, madama.
Giuseppina.  Via, fateci il favore.
Elisabetta. Sono amiche carissime, la speranza e il timore.
Nacquer gemelli al mondo. Tosto che l’uom è giunto
All’uso di ragione, teme e spera in un punto.
E nacquero gemelli il timor, la speranza,
Tosto che il mondo antico corruppe la baldanza.
Da poveri parenti. La speranza e il timore
Conoscono il bisogno per loro genitore;
E l’uom quantunque ricco, alle passion ricovero
Dando dal proprio seno, sempre è meschino e povero.
Due figli di costume, di genio differenti.
Si sa che la speranza volar ci fa contenti,
E che il timor procura sempre abbassar le piume;
Onde son differenti di genio e di costume.
Uno buono, un cattivo. Accorderà ogni cuore,
Che la speranza è buona, che pessimo è il timore;
Ma soggiunge l’enigma: e quando uniti sono,
Spesso fa bene il tristo, e fa del male il buono.
E vuol dir, dal timore siamo tenuti in freno,
E la speranza allarga agli appetiti il seno;