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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/492


SCENA XXI.

Donna Placida e don Sigismondo, e poi don Ferramondo.

Sigismondo. Posso sperar che ella mi ami?

Placida. Io non dubito, che ella abbia per voi quella stima che meritate, ma vi consiglio andar subito dallo zio, prima che seco parli quel tristo vecchio. Egli, ve lo confido, aspira al cuore ed alla mano di mia sorella. Don Carolina è debole, e lo potrebbe sedurre.

Sigismondo. Ora capisco il zelo di quell’impostore indiscreto. Ora sono in maggior impegno di conseguirla. La chiederò a don Carolina; (in atto di partire furiosamente) la chiederò a don Carolina... (va per partire, ed urta forte in don Ferramondo)

Ferramondo. Siete briaco? (rispingendolo)

Sigismondo. Che impertinenza è questa?.... (a don Ferramondo, incalzandolo)

Ferramondo. A me? non sai chi sono? (si ritira, ponendo la mano su la guardia della spada)

Sigismondo. Perdonatemi, signore, ch’io non vi aveva conosciuto. Un uomo, che poc’anzi era qui, mi ha fatto accender di collera.

Placida. Abbiate sofferenza, di già vi è noto il di lui difetto. (a don Ferramondo)

Sigismondo. Scusatemi, vi prego. (a don Ferramondo)

Ferramondo. Basta così, vi scuso. Con chi conosce aver torto, non soglio insistere villanamente.

Sigismondo. La collera qualche volta mi accieca. Sono soggetto ai trasporti della passione.... ma non vorrei che quel vecchio... Voglio prevenire don Carolina. (parte)