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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/491


Anselmo. No, non voglio partire, voglio fare l’ obbligo mio. Don Carolina si fida di me; dite quel che volete, non partirò di qui certamente.

Placida. Restate pure, se restar volete. Son qui per trattare l’ac- casamento di mia sorella. Se questo cavaliere la desidera, si chiamerà don Carolina, e voi servirete di testimonio.

Anselmo. No, non è questo il modo, io mi oppongo al contratto.

Sigismondo. Qual ragione avete di opporvi? (adirato contro don Anselmo)

Anselmo. (Non vorrei gli venisse qualche altra distrazione). (ritirandosi con un poco di timore)

Placida. E voi, sorella mia, non dite niente? (a donna Luigia)

Luigia. Per me non saprei che dire.

Sigismondo. Se donna Luigia è contenta.... (a donna Placida)

Anselmo. Protesto, che non si farà niente senza di me, e so io quel che dico; e non si farà niente senza di me; a mio di- spetto, non vi riuscirà di superarla.... (mostrando sdegno e calore)

Paoluccio. Signora.... (a donna Placida)

Placida. Chi è venuto?

Paoluccio. E il signor capitano.

Anselmo. (Ohimè). Basta... il vedremo.... (timoroso, in atto di partire, sentendo V arrivo del capitano)

Placida. Spiegatevi, cosa vorreste dire? (a don Anselmo)

Anselmo. Ah, se ciò succedesse! (lo direi, se non avessi paura) del capitano). (parte)

Placida. Germana, viene dell’ altra gente; andatevi a ritirare.

Sigismondo. Signora, mi raccomando alla vostra bontà. (a donna Luigia)

Luigia. Spiegatevi pure con mia sorella. (Le sue distrazioni qualche) volta mi annoiano; ma può essere ancora, che qualche volta mi sian di comodo). (parte)

Placida. Fa che venga don Ferramondo. (a Paoluccio)

Paoluccio. Vado »ubito ad avvisarlo. (parte)